Dal periodico Vidyā, che con i suoi scritti si riallaccia alla philosophia perennis o Metafisica tradizionale il cui intento è essenzialmente realizzativo.

 

“Si cerchi con estremo impegno di purificare la mente

che, invero, è il samsara stesso.

Si diviene ciò che si pensa. Questo è l’eterno mistero”.

Maitry Upanishad VI, 34

 

Generalmente siamo convinti che la mente sia la causa dei nostri stati d’animo, lo sono invece i nostri pensieri, ciò che vediamo è il loro effetto; se i pensieri sono di gioia vediamo il mondo come gioia, se sono di odio vediamo il mondo come odio. Noi emaniamo ciò che è dentro di noi, e ci ritorna ciò che abbiamo emanato; quindi siamo più o meno vittime del nostro modo di pensare“Noi siamo ciò che pensiamo”; perciò, se vogliamo cambiare il nostro stato di coscienza dobbiamo cambiare i nostri pensieri; per cambiarli, il jiva o principio cosciente quale riflesso della Coscienza universale, utilizza l’energia della mente, delle emozioni e del corpo fisico.

Quando la mente cambia, la nostra spazialità psicofisica è costretta ad adeguarsi, quindi cambia anche il nostro modo di essere. Vale a dire che il nostro modo di essere, il nostro comportamento, dipende da come e da che cosa pensiamo.

Perciò siamo noi che pensiamo e solo noi, con un atto di coraggio, possiamo cambiarci deliberando di staccarci dalle identificazioni con i nostri vecchi pensieri e dalle vecchie convinzioni. Si tratta di passare dalla condizione di enti addormentati nelle nostre illusioni alla condizione che la Tradizione chiama di guerriero, kshatriya.

A volte, per non cambiare, gistifichiamo i nostri comportamenti dicendo: “sono fatto così” e cose del genere e in questo modo accettiamo l’influenza di forze esterne di cui poi ci sentiamo vittime. Ma questo non è un pretesto valido.

Anche se nasciamo con certe predisposizioni, in un certo ambiente, la nostra essenza è più forte di tutte queste condizioni. A volte invece tiriamo in ballo la legge del karma, ma essa non è assoluta; certo gli eventi presenti sono determinati dalle azioni passate, ma abbiamo sempre la possibilità di modificare il futuro, a volte anche immediato, ponendo i giusti semi o le giuste cause nel presente che ci appartiene.

Ma come nasce un pensiero? Il pensiero deriva dalla percezione di uno stimolo, interno o esterno, ed è generato dalla mente, ma la mente è soggetta ad alcune limitazioni quali: il karma, i condizionamenti, la costante abitudine a pensare, ecc. Queste limitazioni, che per brevità chiameremo “convinzioni” caratterizzano il nostro modo di essere.

La mente quindi, con le sue convinzioni, governa tutta la nostra vita e colora la nostra visione del mondo. Per liberarci dalla schiavitù delle vecchie convinzioni dovremo per prima cosa comprendere e poi intevenire sul meccanismo della mente, in modo non soggettivo, vale a dire senza reazioni emotive.

La presenza mentale è un metodo che ci aiuta a padroneggiare la mente per riuscire poi a svelare la nostra vera natura. Per farlo dobbiamo trasformare il nostro attuale stato di coscienza in un altro, abbandonado le identificazioni con le nostre vecchie convinzioni e con i nostri vecchi pensieri, specialmente con le parole con cui li esprimiamo, fino ad ottenere una nuova consapevolezza che trasformerà l’intera spazialità psichica.

Cerchiamo perciò di capire i meccanismi della mente. I nostri pensieri sono la diretta conseguenza di uno stimolo ed entrando in contatto con lo stimolo abbiamo una reazione emotiva. Comunemente siamo portati a identificare i pensieri con le reazioni emotive, ma non è così. Sono i pensieri che, interpretando lo stimolo, provocano la reazione emotiva, quindi noi non reagiamo allo stimolo ma alla nostra interpretazione di esso.

Per comprendere la sequenza, schematizziamo il processo: stimolo -> sua interpretazione – > reazione emotiva – > azione o comportamento. Chiariamo i termini della sequenza.

Stimolo: è la percezione che mette in moto un processo che ci spinge ad agire. Può essere interno o esterno. Lo stimolo in se stesso è neutro, né buono né cattivo, è solo la nostra interpretazione che lo fa sembrare in un modo o nell’altro. (Es.: percepiamo una corda).

Interpretazione: è il giudizio, espresso attraverso un discorso interno, per rendere compresivo lo stimolo. Possiamo interpretare lo stimolo come piacevole, spiacevole o neutro, in modo indipendente da come è veramente. La mente per interpretarlo lo confronta, a mezzo della memoria, con le convinzioni memorizzate. L’interpretazione non è altro che un confronto con gli stimoli conosciuti. (Es.: se al posto della corda vediamo un serpente è solo un’errata interpretazione dello stimolo).

Reazione emotiva: è la reazione ai pensieri e alle parole che interpretano lo stimolo; quindi reagiamo alla interpretazione dello stimolo e non direttamente allo stimolo. Siamo noi, con la nostra interpretazione i veri responsabili della reazione emotiva che speriemntiamo. (Es.: paura del serpente).

Azione o comportamento: è il modo di agire, o meglio reagire, conseguente alla reazione emotiva che si esprime di solito con una reazione fisica. (Es.: tendiamo a scappare per paura del serpente).

Semplifichiamo il processo. Guardando un fiore per prima cosa percepiamo l’immagine, lo stimolo, senza che la mente entri in funzione. Successivamente subentra l’interpretazione o giudizio che definisce il fiore rosso, giallo, profumato, con un lungo stelo spinoso, ecc. Dal giudizio nasce la reazione emotiva di attrazione, repulsione o neutra, che ci fa entrare nella dualità con conseguente karma, perché da giudizio nasce l’azione.

In questo modo vediamo le cose del mondo interpretate dalla mente con cui siamo identificati. Vale a dire che non vediamo le cose come sono, ma come le interpretiamo o, per meglio dire, come vorremmo che fossero.

In questo caso il jiva (principio cosciente), identificato con l’oggetto, crede di essere un’entità transitoria, un fenomeno, e noi sperimentiamo quello che il Vedanta chiama mondo non reale o mondo dell’illusione, ma non per questo privo di esistenza.

Di conseguenza per cambiare dovremo per prima cosa diventare consapevoli delle nostre reazioni emotive, poi individuare i pensieri che le provocano e successivamente distaccarci da essi e trasformarli.

Abbiamo visto però che le reazioni emotive dipendono dal discorso interno che interpreta lo stimolo, cioè da cosa diciamo a noi stessi o ci siamo detti subito prima che si verificasse l’emozione; vale a dire che le reazioni emotive sono strettamente legate alla nostra interpretazione dello stimolo.

Ad esempio, possiamo offenderci a causa di alcune frasi (stimolo) che ci hanno detto, e anche se in esse non c’era niente di offensivo, abbiamo pensato che volessero ferirci (interpretazione) perciò ci siamo offesi (reazione emotiva).

Rimane molto difficile identificare i pensieri che interpretano lo stimolo, perciò conviene invertire il procedimento, osservare le reazioni emotive e i comportamenti per risalire ai pensieri che ci hanno portato alla reazione emotiva.

Possiamo individuare più facilmente i pensieri che provocano la reazione emotiva facendo attenzione alle parole con cui li esprimiamo in modo da riuscire a riconoscere i pensieri che possono averla causata.

A mano a mano che li individuiamo li osserviamo, senza reprimerli o giudicarli, poi li sostiutiamo con altri che siano in grado di crearci un nuovo stato di coscienza. Vale a dire che le parole ci aiutano a trasformare un comportamento o stato di coscienza in un altro.

E’ indubbiamente un’operazione dolorosa perché dobbiamo prima distaccarci, poi modificare le convinzioni più o meno radicate nella nostra natura, e infine accettare il nuovo modo di essere. Cambiamento che dobbiamo eseguuire poco a poco senza imporlo con la volontà, ma piuttosto con la comprensione.

Può diventare relativamente facile se riusciamo a renderlo quasi spontaneo. Per esempio, se incontrando una persona antipatica interpretiamo lo stimolo con le parole “la odio!”, per cambiare dobbiamo trasformare l’interpretazione in “come la odiavo”.

La nuova interpretazione sposta nel tempo passato la reazione emotiva che viene in questo modo ad attenuarsi. Abbiamo così trasformato, per mezzo del discorso interno, prima i nostri pensieri poi il nostro stato di coscienza in un altro che modifica il nostro modo di essere.

Con un po’ di pratica possiamo riuscire ad individuare le frasi che ci siamo dette subito prima o durante la reazione emotiva. Ci accorgeremo allora che abbiamo sia la tendenza a ripetere alcune frasi con parole e immagini caratteristiche, sia a percepire il legame esistente fra pensieri e reaziioni emotive.

Questo lavoro di constatazione ci aiuta a comprendere meglio lo schema dele nosre strutture mentali. Facciamo alcuni esempi.

Se siamo arrabbiati con qualcuno probabilmente ci stiamo dicemdo “non doveva comportarsi in quel modo”. Questa è la frase caratteristica con la quale abbiamo interpretato lo stimolo. Ripetiamola più volte fino a sentirla in profondità, così che quando tornerà potremo identificarla e sostituirla con un’altra che cambi o almeno attenui la nostra reazione emotiva.

La nuova frase potrebbe essere “è sicuramente in buona fede, non ha capito di che cosa si trattava, dovrò incontrarlo e spiegarglielo”. In questo modo abbiamo cambiato la nostra reazione emotiva modificando i pensieri che la interpretano.

Se invece ci sentiamo in colpa, il pensiero con cui la interpretiamo potrebbe essere “non dovevo comportarmi in quel modo”. Potremo sostituirlo con “ in quel momento non ero perfettamente consapevole  di quello che facevo”.

Se ci sentiamo depressi o infelici significa che ci stiamo deprimendo con interpretazioni sugli errori passati oppure con giudizi sul nostro presente o addirittura sul nostro futuro. Con l’osservazione delle reazioni emotive prendiamo coscienza delle frasi con cui interpretiamo lo stimolo, per poi sostiutirle con altre capaci di modificare il nostro comportamento.

Con queste osservazioni, partendo da come ci comportiamo, possiamo risalire a quello che pensiamo. Per osservare le nostre reazioni emotive è necessario essere sempre vigili, compiendo ogni azione con attenzione, in modo rilassato, con calma, con naturalezza.

Ogni azione che facciamo non deve essere un modo per togliere un pensiero, ma un modo per applicare tutta la nostra attenzione in quello che stiamo facendo.

Questo è anche un modo per abituarci a vivere nel presente; questo nuovo atteggiamento mentale, col tempo, diventerà un nuovo modo di vivere. Per osservare a lungo le nostre reazioni siamo costretti a volte a usare la volontà, ma la volontà ci porta a tensioni fisiche ed emotive che determinano un calo di attenzione.

L’osservazione deve perciò avvenire usando il rilassamento, cioè l’osservazione deve diventare un atto di distacco più che di volontà. A mano a mano che aumenta il rilassamento diminuisce anche la rigidezza della mente e del corpo.

Con la continua osservazione dovremmo riuscire a percepire direttamente lo stimolo senza la reazione emotiva, quindi senza l’interpretazione della mente. Ciò significa che osservando i pensieri, senza reazioni emotive, abbiamo annullato il giudizio. Non esprimendo giudizi vediamo le cose come sono e non come le interpretiamo.

Siamo cioè entrati in contatto diretto con le cose del mondo senza passare attraverso l’interpretazione della mente. Vale a dire che siamo andati al di là della mente che genera il senso dell’io, e quindi al di là di ogni concetto di dualità quale atttrazione e repulsione.

Per tornare all’esempiio del fiore, lo stimolo senza l’interpretazione dei nostri pensieri non provoca la reazione emotiva, quindi il nostro comportamento è causato dalla deliberazione e non dalla reazione emotiva.

A mano a mano che avanziamo con la pratica dela presenza mentale riusciamo abbastanza facilmente a superare i conflitti interiori, ad attenuare le emozioni senza reprimerle, divenendo così capaci di osservare con calma tutto ciò che è presente nella nostra mente e ad accettarlo con consapevolezza.

Tutto questo ci porta a vivere in armonia, distaccati dagli eventi, senza la volontà di competere, soprattutto ci fa capire che quando la coscienza è ancora identificata con la mente, la vita non è soltanto un insieme di fatti materiali, ma più che altro è una serie di eventi mentali.

La presenza mentale è quindi un’esperienza che è collegata al modo di interpretare gli eventi. Per aiutare il cambiamento teniamo presente che noi non siamo il nostro comportamento, lo diventiamo solo quando ci identifichiamo con le nostre convinzioni, e ogni volta per giustificarle creiamo un personaggio.

In questa trasformazione ricordiamoci che siamo i peggiori nemici di noi stessi. Con la pratica della presenza mentale comprendiamo che l’importanza che diamo agli eventi dipende in esclusiva dai nostri schemi mentali. Modificandoli, diventiamo responsabili della nosra vita.

Un’ultima nota. Quando osserviamo i pensieri o le reazioni emotive siamo il soggetto che li osserva, ed essi diventano l’oggetto di osservazione. Questo soggetto siamo noi, il nostro principio cosciente, la nostra vera natura.

Questo lo scopo finale della tecnica: disidentificare il principio cosciente, jiva, dalla mente per passare dallo stato di dualità a quello di non-dualità.

Scrive Svāmi Shivānanda: “Il pensiero può cambiare, creare, trasformare e modificare tutto ciò che esiste nella vita umana”. “Niente esiste che non sia prima stato pensato”. “Ogni pensiero e ogni idea sono energia, così come ogni emozione, sentimento, impulso d’amore o di odio hanno un aspetto energetico”.

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