Un nodulo sotto le dita, sfiorando il seno. Una mammografia effettuata appena pochi mesi prima, quando la malattia era ancora invisibile. E poi la diagnosi: carcinoma al seno del tipo “triplo negativo”.

 

Era il 2006 quando Ginevra Ollandini, oggi dinamica sessantaquattrenne, ha incontrato una delle forme più temibili di cancro al seno. Triplo negativo vuol dire tre no ai possibili bersagli delle terapie mirate che oggi danno i migliori risultati: i recettori ormonali e la proteina HER-2.

Unica strada, allora come oggi, una chemioterapia molto aggressiva. “Occorre collaborare e crederci”, racconta Ginevra. “L’operazione, poi 24 sedute di radioterapia – non ne ho mai persa una – e infine la chemio, pesantissima.

Un aiuto solo da alimentazione e integratori. Volevo vivere”. Ginevra non ha mai smesso di dedicarsi all’agriturismo che gestisce con la figlia sulle colline pisane, Cima alla Serra. “Certo, non vado più sul trattore, ma continuo a divertirmi.

In questo periodo raccogliamo le olive per un olio speciale, vincitore di molti premi. Dopo la seduta di chemio andavo a controllare la trebbiatura del grano nei campi, per darmi forza. Oggi mi sento guarita”.

Il tumore triplo negativo continua a spaventare. Ma ha un nemico in più. Le ricerche, finanziate dall’Airc, Associazione italiana ricerca sul cancro, condotte da Giannino Del Sal del Consorzio Interuniversitario Biotecnologie di Trieste, che coordina 88 ricercatori.

Tra questi, l’oncologo Angelo Di Leo dell’ospedale di Prato, che ha seguito Ginevra nel suo iter di cure. La scorsa estate Del Sal ha pubblicato sulla rivista Cancer Cell la scoperta di una firma molecolare del tumore al seno.

Il team coordinato dal ricercatore ha analizzato oltre 200 casi di tumore della mammella individuando due caratteristiche che, insieme, indicano una malattia più aggressiva. Come il triplo negativo, appunto.

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