Quando la mattina s’annunciò con un raggio rosato, l’Aida provò un malessere, un susseguirsi di fiotti di nausea, certo dovuti al calore sudato del corpo di quell’Oreste che russava pesantemente al suo fianco.

Allora fece scivolare una gamba fra le lenzuola fino a raggiungere lo scendiletto e si mise seduta sul bordo del materasso. La camera era ancora semibuia: deboli raggi filtrati dalla tapparella di pvc morivano annegati nella polvere e tra gli elementi gorgoglianti del termosifone. Percepì con disgusto l’aria pesante, l’uomo col capo affondato nel cuscino; ne considerò le smorfie inconsapevoli e rabbrividì. Poi si mise in piedi, attraversò la camera ed entrò nello stanzino da bagno.

Lì, stretta fra pareti e ceramiche, ebbe tuttavia la sensazione di respirare aria più fresca e pulita e ritrovò energia per risciacquarsi e ravviarsi i capelli, imprecando ad ogni nodo. E proprio lì accadde quello che doveva accadere, il fatto meraviglioso e mai immaginato, inspiegabile e stranamente accettabile dalla sua curiosa personalità di giovane prostituta: seduta sullo sgabello bianco aveva appena raccolto il sapone ed immerso il piede nell’acqua tiepida del bidé quando la lampadina accesa sul mobiletto emise dei bagliori, poi una luce più potente e parve staccarsi dal portalampade per scendere verso di lei.

-Porch…!- si disse osservando il fenomeno. La lampadina si fermò a due spanne dal suo volto emettendo una luce ancor più bianca ed accecante.

-Questa è un’allucinazione, o un miracolo, o mi sono presa un’infezione. Oppure, al diavolo la spirale, m’hanno infilato una pagnotta nel forno. E in più  sento un bel po’ di febbre.

Ma qualcosa la distrasse dalla visione della lampada navigante, una sorta di mormorio aleggiante attorno a lei, più dentro che fuori, forse più un’intima convinzione che una vera voce bisbigliante. Un ronzio di mosca?

-Sarà l’Oreste che sogna o fa scherzi. O i vicini che cianciano.

Ma la voce pareva chiamasse: Aida, Aida.

-Chiamano me. Chi mi chiama?

Aida, Aida dei miracoli.

-Chi biascica quelle sciocchezze?- mormorò piano, tra sé, nel timore di riascoltare ciò che aveva appena udito, e che non fosse un sogno, e di farsi celiare dall’Oreste.

Toccali e guariranno. Non pentirti.

-Adesso capisco, non ho ancora smaltito la sbornia.

Non tergiversare.

-Vai a farti fottere!- Ma lo disse per esorcizzare un qualcosa che sapeva non esorcizzabile.

A questo punto del dialogo la lampadina riprese la consueta luminosità e tornò a sistemarsi nel portalampade sul lavabo. L’acqua del bidé era ormai fredda e Aida asciugò il piede.

-Che cosa sta succedendo, qui si comincia a dare i numeri! Eppure non è più tempo di sifil… Non tergiversare, dice quel sogno? Bene ho fatto a mandarlo affan….

Tornò al letto e scosse energicamente un braccio dell’Oreste.

-Ho sonno! Ti venisse un accidente,- disse l’Oreste.

-Venisse a te ed a quella cornuta di tua moglie, se ne hai una.

-Che ore sono?

-Ottemmezza

-Oggi è domenica. Io dormo ancora un paio d’ore.

-Tu te ne vai a casa e subito. Pedala.

-E stassera? Di nuovo in ballo sotto i lampioni?

-Crepa.

-Ho mal di testa.

-Pedala.

-Ascolta, piccola. Non essere tropo puttana. Un poco sì, quel poco che basta. Ma troppo è troppo. Anche per una puttana. Fammi dormire qui, ho il mal di testa, è il fegato che non lavora. Fra poco mi verranno i sudori gelidi, poi conati di vomito, da vomitare anche il pancreas. Fegato.

-E chissene … ti accade sovente?

-Una volta per settimana, poco più poco meno.

-Vuoi dell’aspirina?

-Peggio.

-Un cognac?

-Morirei.

-Allora marsch! A casa.

-Adesso non insistere, anzi, fammi vomitare finché potrò reggermi in piedi da solo e poi me ne andrò.

-Ti chiamo un taxi.

-Crepa, te e il tuo taxi. Dove posso vomitare?

-Nel water. Non sporcare il tappetino.

-Mi reggeresti la fronte?

-Allora hai proprio male! Vorresti guarire, per sempre?

-Non dire puttanate.

-Ho il rimedio. L’ho sognato!

-Non vedi che sto tirando gli ultimi?

-Laciami toccarti il fegato. Dov’è, qui? Qui?

-Più o meno.

-Vorrei che tu guarissi.

La lampadina sul lavabo dette un guizzo di luce e Aida sentì un istante di mancamento. L’Oreste si sollevò dalla tazza, guardò la donna e sorrise:

-Ehi, ma se n’è andato! Non ho più male… la testa, la nausea.

Rideva meravigliato.

-Non so, non so,- anche l’Aida rideva, ma sentiva la voce reticente, come vergognosa, come celando cose note. Intanto l’Oreste era tornato in camera e parlottava tra sé giurando d’esser stato male da morire e che da anni e anni quel male l’aveva torturato alcune volte ogni mese, ogni volta lasciandolo floscio come uno straccio bagnato.

-Giuro che mi hai toccato lo stomaco ed il male se n’è andato. Ora mi sento come nuovo. Ma tu sapevi d’avere questa virtù nelle mani? Allora fai la puttana per vizio!

-Adesso te ne andrai a casa?

-Come vuoi tu, faccio come mi ordini. Credi che non ti ubbidirei? Ma cosa sei, una guaritrice? Una pranoteraputtana?

Aida lo accarezzò sulla guancia:

-Ora vai a casa, devo fare il bagno e riposare.

-Quanto ti devo? Va bene quanto abbiamo fissato ieri? E per la guarigione?

-Va bene quanto pattuito. Torna a trovarmi.

-Senza meno! Sei stata meravigliosa. La puttana più simpatica mai incontrata. Ti sposerei, se mi volessi. Se t’interessasse. Con quelle mani sante. Dove sono i miei calzini?

-Sul termosifone.

-Chi sei tu, una puttana o un angelo?- le prese la faccia tra le mani. In quella frase lei non percepì nessuna, proprio nessuna intonazione ironica, bensì una tenerezza insospettata.

-Ora vai a casa.

-Vado subito, proprio subito.

S’infilò i pantaloni e la giacca e corse giù per le scale cantando a squarciagola. Aida rinchiuse la porta, tornò lentamente in bagno, si specchiò ravviandosi i capelli colle dita e parlò alla propria immagine:

-Ho paura, Aida, che ti sei fregata.

Fregata, sì, ma senza rabbia e con l’intima persuasione di dover trattenere e coccolare quel sentimento sconosciuto che le rendeva improvvisamente accettabile un’avventura di donazione gratuita per i beneficati, certo onerosa per lei. Lei, fino a ieri incapace di concepire interessi diversi da quelli diretti alla semplice sopravvivenza della propria persona. Lei, vissuta sull’onda di diffidenze ed invidie che alla fine avevano trasformato le sue giornate in sequele di lamentose accuse rivolte a quegli “altri” da cui dipendeva e  che erano taluni clienti, il medico, i vigili urbani: il suo piccolo mondo.

Non si truccò: raccolse i capelli e li fissò con un elastico a formare una coda-di-cavallo. Scese nella via, raggiunse il parco. Scivolò fra i vecchi olmi e gli ippocastani, le aiuole di piccole dahlie, le piste percorse allegramente da bambini in bicicletta. Continuava a richiamarsi lo stupore per quella lampada calata dal mobile del bagno e la voce che le aveva oscuramente parlato, e la coscienza della persuasione improvvisa di dover affrontare itinerari inconsueti, come un viaggio urgente ed inaspettato in paesi lontani e sconosciuti, viaggio a cui nessuna forza al mondo potrebbe opporsi.

Uscì dal parco e con passo deciso si diresse all’ospedale. Perché mai proprio là, brontolava tra sé con un tremito. Ma sapeva che, per quanto si sarebbe poi denigrata, mai avrebbe rinunciato a quell’esperienza da mentecatti. Sarebbe entrata in quell’ospedale puzzolente e tutto sarebbe finito in una fregatura, com’era sempre accaduto per i fatti della sua vita. Mai entrata in un posto simile, se non da bambina per le adenoidi. Forse non sopporterò lo spettacolo dei moribondi. Proverò a farmi forza. Ma perché non lasciar perdere, tornarmene al parco, sedermi in un caffè infischiandomi di lampade e voci!

Percorse l’atrio umido di mattoni muffiti, piegò a destra dove si apriva la vetrata d’una scala giallastra. Al primo piano i suoi passi la condussero in un lungo corridoio soffocato da miasmi di disinfettanti. In fondo al corridoio una finestra lasciava piovere luce polverosa sul carrello di medicinali che un gruppetto d’infermiere dal camice grigio stava attrezzando. Una delle infermiere, una robusta sui cinquant’anni, sistemò flaconi e garze sul carrello che poi spinse in una camerata.

Aida la seguì. La camerata  era uno stanzone dove stavano stipati otto letti occupati da uomini piuttosto anziani. –Arrivano le iniezioni,- sbraitò uno dei pazienti, e si coprì col lenzuolo come difendendosene. Le infermiere distribuirono pillole ed applicarono cateteri. Alla forma immobile del secondo letto, il trentasei, non propinarono nulla. Aida s’avvicinò e considerò il volto del vecchio dalla pelle color cuoio, i radi lunghi capelli appiccicati al cranio. Un’infermiera le disse sottovoce:

-È una parente? Era ora che venisse. Durerà finché potrà.

-Che cos’ha?

-Cancro. Al polmone. Non sapeva neanche questo?

Aida sollevò il lenzuolo e ne uscì un’insopportabile zaffata di vecchio sudore.

-Nessuno lo guarda, non lo pulite mai?

-Lo puliamo quanto basta. Ma i parenti dovrebbero assisterlo un poco. Non crede? E poi, ci guardi, siamo sempre di corsa: quando serviamo il pranzo o facciamo le medicazioni, mica possiamo correre ogni mezz’ora con padelle e pappagalli.

-Non guarirà?

-Che dice mai, quando l’abbiamo aperto era intasato di metastasi. L’abbiamo ricucito, di gran fretta.

Un prete comparve nel vano della porta. I pazienti si segnarono. Nel silenzio anche i più gravi, quelli più presi di dolore, guardavano la talare come aspettandosi una sospensione, una tregua.

-Vorrei benedire questo luogo,- disse il prete.

-Noi ce ne andiamo,- disse l’infermiera con impazienza. Il prete sollevò la mano destra nell’aria pesante.

-Amen,- disse il vecchio del primo letto.

-Chi ha bisogno di me?- domandò il prete.

-Il letto trentasei. Abbiamo sospeso le terapie. Gli diamo calmanti.

Il prete s’avvicinò al letto, inutilmente cercando d’ottenere una confessione. Il morente se ne stava immobile ad occhi chiusi, né dava segni di capire. Il prete scosse il capo:

-Dovreste lasciarmeli coscienti per la confessione,- ma l’infermiera insorse:

-Si è confessato qualche settimana fa, che peccati può aver fatto quel poveraccio?

-In ogni modo lo assolvo,- disse il prete, poi guardò Aida: -Lei è una parente?

-Conoscente,- mentì Aida.

Il prete s’avvicinò ad altri letti e Aida si chinò sul malato del letto trentasei, infilò un braccio sotto il lenzuolo, trovò la scollatura del camicione, la pelle umida e calda del torace. Il respiro era quasi inavvertibile. Spinse la mano in quell’umidore finché trovò i cerotti, il bendaggio. Allora distese le dita della mano e parlò brevemente, senza esitazioni né incertezze:

-Tocca a te, voglio che tu guarisca,- poi sfilò il braccio sentendosi prossima a cedere al deliquio. Abbrancò la testiera del lettino per reggersi e, oscillando, lasciò transitare l’istante di pathos che l’aveva aggredita. Quando riaprì gli occhi, il vecchio del letto trentasei la stava covando ad occhi fissi.

-Come va, ora?- sussurrò Aida.

-Sei l’infermiera? Mi sento bagnato. Ho bisogno della padella.

-Non andresti al cesso da solo?

L’uomo strabuzzò gli occhi: -Posso?

-Se vuoi.

Il vecchio si voltò su un fianco, mise le gambe giù dal letto, con qualche incertezza si rizzò in piedi e, l’accappatoio sotto il braccio, s’avviò al bagno reggendosi ai pedili degli altri letti. Il prete ed i ricoverati guardavano stupefatti e qualcuno gridò: -Allora c’è un errore, il trentasei non è per niente grave. Tutto questo è incredibile!

-Questo è un miracolo, poche palle!- disse un altro.

-Ma non stava per morire?,- ripeteva il prete.

-E’ un miracolo,- disse sottovoce qualcuno.

-Si fa presto a dire miracolo,- brontolò il prete, -si tratterà piuttosto d’un errore!

Uno dei vecchi ricoverati ciabattò fin davanti al prete e gli disse con astio: -Tu sei qui per via di certi miracoli avvenuti duemila anni fa, e allora, perché neghi i miracoli? Meglio chiamare il professore. Che accerti. Che accerti!

Dopo qualche minuto il trentasei uscì dal bagno e ritornò nella camerata in compagnia d’un giovanotto della camerata vicina, entrambi attaccati con gran gusto a sigarette appena accese.

-Stamattina va molto meglio,- disse il trentasei poppando golosamente il fumo.

Il primario entrò a grandi passi seguito da una suora e due infermiere.

-Chi ha tirato su il trentasei? E chi l’incosciente che gli ha dato da fumare?- strillò la suora vedendo infranto il mito delle prassi faticosamente instaurate nel tempo.

-S’è tirato su da solo,- disse il prete.

-Improvvisamente è migliorato,- disse uno della camerata.

-Fatemi il santo piacere!,- sibilò la suora .

Il primario indusse il trentasei a stendersi sul letto, sollevò il camicione, staccò qualche centimetro di cerotto e brontolò:

-Questo non è stato operato?

-Certo che lo è stato,- disse la suora rivolgendosi al primario come ad un alunno caratteriale. Con cautela il medico staccò altro cerotto: -Non parli se non è sicura di quello che dice, suora. Vediamo la cartella.

Si chinò sul fascicolo: -Qui è scritto che il carcinoma è stato operato il dodici  luglio. La firma è sua, sorella. Che cosa mi combina? Tocchi, tocchi questo ventre. Trova forse gli esiti d’un intervento? Che cosa sente?

-N .. Niente,- disse la suora a malincuore.

-Un errore, vergognoso! Un nuovo errore! Uno scambio con chissacchì fatto proprio da lei, suora!- Il primario sbatté a terra il fascicolo e se ne uscì infuriato.

Gli altri della camerata si guardavano intorno stupiti: -E noi? Chi ci visita?

Un vecchio s’avvicinò ad Aida.

-Anch’io ho un cancro. In gola.- La sua voce non era più d’un soffio.

-Quando ti operano?

-Giovedì.

-Auguri!

Ma il vecchio la guardava fissamente, gli occhi venati di rosso:

-Io sono vecchio ed ho sempre lavorato duro. Ho fatto la fame e sono ignorante. Ignorante come un bue, ma ho capito che con quella mano tu hai guarito il trentasei.

-Non dire sciocchezze …

Il vecchio si chinò, le prese la mano come per baciarla, poi se la pose sulla gola:

-Sono già guarito?

-No,- rise Aida.

-E adesso?

-Adesso sì, guarisci,- e per Aida ci furono l’ondeggiamento e il mancamento, ma il vecchio l’abbracciò più volte e poi si mise le mani alla gola e gridò con voce limpida: -Benedetta, benedetta!

Quando riprese i sensi si ritrovò debolissima, sdraiata su una poltrona del parlatorio illuminato da poche lampade rossastre. Decine di persone le stavano attorno, ricoverati, infermieri, e le alitavano sul viso. Inginocchiato sul pavimento, il prete le stava inumidendo guance e tempie, parlando in reverente concitazione.

Svenne più volte ed ogni volta le pareva di sprofondare in un materasso sempre più morbido ed accogliente, mentre mani amorevoli e delicate, come quelle della sua mitica mamma, l’andavano accarezzando per tenera confidenza. La sua impotenza nel percepire gli accadimenti esterni evidenziava una sensazione di benessere tutta nuova, una persuasione di completezza assolutamente mai provata e straordinariamente appagante. Come gli esiti immaginati di passioni vissute con dedizione totale, passioni dispiegate in dolcezza e serenità, onde benefiche che lasciano ferite e bruciature da cui è dolce guarire.

Nell’ora in cui le officine fervono ed il traffico cittadino impazzisce, le ferite possono rimarginare lasciando lievi cicatrici, non più che superficiali testimonianze per appoggiare i ricordi, che costituiranno un viatico efficace nei tortuosi sentieri della vita. L’incredibile esito di un gesto appassionato e gratuito, il dono di qualcosa cui si tiene senza neppur sospettarne le ragioni, ed ecco che la consueta ridda di domande che costella ogni nostra ora, viene attutita e finalmente ci si pone sereni davanti a ciò che finora non s’era mai conosciuto: qualcosa d’inconcepibile: il dopo, il mai, il sempre mescolati assieme e alla tua portata. Qualcosa come un cielo sereno e senza confini, da godere in una sosta benigna in cui non hai proprio nulla da fare.

Romano Fea, Volontario Anapaca, è scrittore e giornalista attento e sensibile ai problemi umani

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