• venerdì 20 settembre 2019

UN DIALOGO, NELL’ATTESA.

-Ma tu, da quanti anni sei impegnato in questo lavoro come volontario?

-Ventidue.

-Ventidue! Mi sembra impossibile … come si può vivere per tanti anni accanto a malati, a volte gravi, sovente gravissimi … io ho cominciato un anno fa, e già mi pare piuttosto duro … non nego che alcune volte mi viene da pensare … Sarai d’accordo con me che questo nostro modo di vivere sia piuttosto lontano dagli schemi, dai desideri della gente media. I modelli che ci vengono proposti dalla TV, dai giornali, dalla narrativa di successo sono ben altri!

-Eppure …

-No! Tu vorresti provare a convincermi che invece sia umanamente regolare questo nostro buttarci a corpo morto in luoghi di sofferenza come gli ospedali, gli hospice, le case dove riposano gli ammalati dimessi …

-E invece sì. Sarai d’accordo con me che l’attuale modello di Società umana occidentale possa non essere l’unica soluzione possibile di aggregamento dell’uomo? Ti sembra impossibile che l’uomo nei secoli, nei millenni, abbia vissuto in modo radicalmente diverso da oggi?

-Bè, sì, certamente.  Secoli fa gli ammalati (salvo i lebbrosi), restavano in casa insieme con i famigliari; ogni famiglia aveva qualcuno da accudire. Non è difficile immaginarlo.

-Ebbene, quella è una delle caratteristiche che ha contraddistinto l’umanità, fin da  quando, sceso dagli alberi, l’uomo ha deciso che era più conveniente vivere in gruppi e famiglie. Da sempre l’uomo ha sotto gli occhi lo spettacolo della sofferenza. Da sempre ci convive!  La sofferenza è un elemento costitutivo che ha influenzato la gente da sempre. Se ci si allontana troppo, se si rimuovono gli effetti di quella convivenza, può sopravvenire …

-E no, no! Adesso mi vorrai sostenere che l’uomo possa soffrire vivendo lontano da spettacoli di sofferenza e di morte?

-Proviamo a pensarci. Quando qualcuno di noi esce dalla propria casa disinfettata e tranquilla per raggiungere il letto di un paziente, in quel momento egli va ricercando fra possibili altre ragioni, un modo di essere, un adeguamento a quella che è stata la vita dei propri avi, degli uomini e delle donne che, generazione dopo generazione, li hanno generati così come sono, con una dotazione genica caratterizzante. Secolo dopo secolo. Fin da prima che esistesse la Storia!

-Fin qui sono d’accordo, certo. Ma la tensione profonda dell’uomo è sempre stata quella di rifuggire la sofferenza e la morte. Il cinema, i giornali, la narrativa corrente, la stessa società umana ci offrono angoli di rifugio, di dimenticanza.  Ci insinuano convinzioni come questa: che, pagate tasse e imposte, mandata qualche moneta agli istituti di beneficenza, ci si possa sentire con l’animo tranquillo. I malati saranno seguiti e curati in apposite strutture!

-… il che diventa nella sostanza una rimozione collettiva, e di conseguenza una condizione di disagio che continua a  crescere dentro a tutti! E infatti io ti trovo qui a fare il volontario, suppongo di tua personale iniziativa! Ti trovo cosciente d’aver rinunciato a ore e giorni di svago, di riposo, per donare quel tuo tempo a qualcuno che ti sta aspettando, sperduto, di fronte al mistero della vita che gli si erge davanti! Il cancro, con tutto l’impegno che comporta nella gente, fra successi e frustrazioni, continua ad essere il simbolo della lotta perenne che l’uomo combatte da sempre  contro il male. Contro il dolore fisico e la stessa morte.

-Un simbolo, dici? E sostieni che l’assistenza che prestiamo è per noi una sorta di terapia? Tu hai l’idea dello struggimento che mi coglie quando stringo la mano di un ammalato?

-E’ il prezzo da pagare per continuare a vivere nella società umana, caro collega. Ora che ci sei entrato per davvero potrai renderti conto che una vita priva di contrarietà, sofferenza, morte non può sussistere. Quando tu volessi tentare l’utopia di una vita lontana da tali evenienze, non faresti che allontanarti dalla profonda essenza che ti costituisce! Oggi ti avvicinerai al guanciale di un ammalato e a poco a poco ti scoprirai più vicino ad essere un vero membro della comunità umana.

-Forse sì, forse hai ragione…. Ma tu, come sei arrivato a quelle conclusioni che di primo acchito paiono disumane, e invece sono corrispondenti al nostro essere umani? Dove hai trovato la forza, il coraggio di fare questo volontariato per vent’anni?

-Ho combattuto le mie battaglie. Combatto ancora. E poco tempo fa stavo per compiere la mia Waterloo.  Improvvisamente mi ero ritrovato svuotato, incapace di affrontare i miei assistiti, le loro sofferenze. Mi pareva che ogni accadimento, ogni dialogo, tramassero contro il mio benessere, la mia stessa sopravvivenza. In poche parole, stavo per lasciare!

-E poi?

-Poi intervenne qualcosa, qualcuno. Una mia paziente. Ero in un hospice  e l’assistevo in un momento difficile. Non sto a dirti la fatica con cui pervenivo a combinare  parole e frasi tentando di sostenere quel povero corpo in preda alla malattia. La donna mi conosceva da qualche mese; mi fissò intensamente e mi interruppe mormorando “Adesso dimmi la verità”. E al mio sguardo stupito aggiunse d’essersi accorta che io ero in cerca di aiuto. Concluse domandandomi se avessi intenzione di smettere le assistenze.  Le domandai il motivo di quel sospetto. Ella sospirò “Pensaci bene, amico mio” mormorò e mi tese la mano. Una mano asciutta, calda. Forse di febbre. Un gesto di totale bellezza, l’unione delle due mani. Con le conseguenze  portate dalla bellezza: ferite inguaribili!. Come dice Rilke: “La bellezza è l’emergere del tremendo”. La bellezza che, quando ti colpisce, lascia cicatrici indelebili a punteggiare il tuo cammino nell’autocoscienza.

Le dissi di no, no e no, improvvisamente sgomento della tentazione appena vinta. Non ho lasciato le assistenze e sono ancora qui, ben vigoroso e pronto alle prossime battaglie.-

ROMANO FEA (Volontario Anapaca)