• domenica 8 dicembre 2019

Un pensiero fra i tanti

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Avvolta nel mio camice, mi aggiro fra corridoi e camerate ospedaliere. I pazienti, giunti da ogni parte del Piemonte, aspettano il turno per l’esame ematico e il successivo trattamento chemioterapico. Fra i molti, le donne appaiono più decise, reattive degli uomini. Desiderano mostrarsi eleganti e disinvolte: molti abiti sono di taglio aggiornato e freschi di ferro da stiro; i capelli sono curati e non di rado vi puoi scorgere recenti segni d’intervento del parrucchiere. Qualche molecola di acqua di colonia aleggia, garbata.

Una signora piuttosto elegante arriva dalla sala prelievi, appoggia il soprabito a una gruccia, sistema una piega della gonna e siede con grazia nella sala d’aspetto. L’avevo già notata, la settimana scorsa. Anche lei mi riconosce e mi domanda qualcosa sui tempi di attesa per il trattamento. Poi, esitando, mi chiede se, nella mia qualità di volontario, posso accettare una confidenza su un cruccio di carattere personale.

 

– Mio marito è appena uscito per un acquisto urgente, ma lungo la giornata, come di notte, è sempre con me,  poi tornerà e mi starà vicino per tutto il tempo dell’attesa e della chemio. Le confesso che proprio questa sua perseveranza nel custodirmi da vicino, senza mai, proprio mai lasciarmi, mi assilla. Per carità, non mi fraintenda: non mi è mica di peso! Tutt’altro, ma accade che io conosca il suo carattere volitivo, libero, creativo, e ora me lo trovo così assiduo, attaccato e dimentico di se stesso … mi angoscia pensare a che cosa potrebbe accadergli il giorno in cui io dovessi mancargli.

Il trauma dell’abbandono irrevocabile, l’immediata necessità di adattarsi a un nuovo e diverso programma di vita: non so come potrebbe cavarsela. Non è più giovane e su tutto c’è che da due anni vive esclusivamente in funzione dei miei bisogni di inferma. La sua giornata ruota infulcrata sulle mie necessità che sono tante e di ogni genere. Per natura non possiede molto senso pratico, cosicché si è trovato nella necessità di reinventarsi, riprogrammarsi. Facendosi violenza e con sacrifici che solo io so valutare, ora frequenta con profitto il mercato rionale, gestisce la casa e la cucina, mi pratica iniezioni e altre terapie e, da quando mi è calata la vista, mi legge libri e giornali. Per questo sono angustiata. Penso con raccapriccio alla desolazione in cui si troverebbe ad annaspare il giorno in cui dovessero venirgli a mancare i gravosi  impegni a cui la mia malattia lo obbliga.

Che cosa farebbe nei suoi giorni vuoti e senza più stimoli.

Che cosa gli resterebbe.

Con questi pensieri si verifica uno strano fenomeno. Personalmente mi sento investita di un dovere nei suoi confronti: di non fargli mancare la mia presenza; di conseguenza mi sento stimolata, tonificata a mettere a frutto le cure, per continuare a rendermi utile nel dargli tale aiuto. Per cui oggi combatto meglio la malattia: eccomi con un vero scopo, che è quello di restare al suo fianco il più a lungo possibile!

Ma, a volte, le mie forze vengono a mancare; a volte sono aggredita da timori e torno a chiedermi quale mai consolazione potrei lasciargli qualora dovesse giungere il mio momento. Così ho riflettuto a lungo e, non si meravigli, durante un’assenza di mio marito ho fatto venire da me la mia amica più cara, quella con cui ho diviso anni di adolescenza e gioie e qualche contrarietà negli anni successivi. Ella, che vive sola, è subito venuta a casa mia e io le ho accennato ciò che ora sto descrivendo a lei: il mio tormento per il futuro di mio marito. Ha ascoltato tutto in silenzio sia  ciò che ho detto che ciò che non ho chiaramente esplicitato. Mi ha fissato con l’insistente premurosità con cui si guarda una madre, una sorella, una figlia con l’intento di alleviare un dolore, una pena. E allora ho finalmente trovato la forza di chiedere all’amica quello che nessuna moglie si sognerebbe mai di chiedere a un’altra donna: se, in caso di mia scomparsa, lei accetterebbe di sposare mio marito. –

 

Fu a questo punto che il marito sopraggiunse; mi salutò, poi sedette accanto alla moglie per mostrarle gli acquisti:  verdura e altri alimenti. Nell’allontanarmi li riconsiderai tutt’e due mentre discorrevano fittamente palpeggiandosi i polpastrelli delle mani, … ma già un altro paziente mi si era avvicinato per un’ informazione estremamente urgente. Finì che in quel solo pomeriggio mi nutrii unicamente di rapporti umani, ed acquisii quantità di materiali stimolanti (come parole, cenni di disponibilità, sorrisi, esempi, incoraggiamenti) da costruire un’intera mappa di itinerari assistenziali possibili.

Romano Fea (volontario Anapaca)