• giovedì 17 ottobre 2019

Verlaine: caro amico Rimbaud ti sparo

Il 10 luglio del 1873 Paul Verlaine esplose contro Arthur Rimbaud il colpo di pistola più celebre della letteratura. Adesso Parigi lo ricorda con una mostra. Alberto Mattioli, La Stampa.it

 

Il colpo di pistola più famoso della storia della letteratura francese fu esploso in Belgio. Siamo a Bruxelles, è il 10 luglio 1873, una giornata assolata, afosa e pesante. Paul Verlaine compra all’armeria Montigny, nella galleria Saint-Hubert, un revolver Lefaucheux calibro sette millimetri. Lo paga 23 franchi. Rientra in albergo, all’hôtel de la Ville de Courtrai, e lo mostra al suo amante Arthur Rimbaud, strillando: «È per te, per me, per tutti!».

Però i due escono a prendere l’aperitivo e vanno a cena. L’assenzio, la «fée verte», la fata verde che dà l’ebbrezza e brucia il cervello, cola a fiumi. Tornati in albergo, Verlaine perde definitivamente la testa e spara due colpi a Rimbaud gridando: «Prendi, ti insegno io a voler partire!». Poi, a sua madre che accorre dalla stanza accanto, chiede di sparargli alla tempia.

Una mostra al Musée des lettres et manuscrits di Parigi, Verlaine emprisonné, «Verlaine imprigionato», ricostruisce tutta la vicenda. Che prosegue all’ospedale. Rimbaud è leggermente ferito all’avambraccio sinistro, si fa medicare e racconta una storia qualsiasi. Potrebbe finire tutto lì. Ma annuncia di voler partire per Parigi.

Sulla strada della stazione, Paul minaccia ancora, mostra la sua sette millimetri. Arthur si spaventa e scappa. Verlaine l’insegue. Finché Rimbaud si rivolge a un poliziotto, che li arresta tutti e due. Al commissariato, Rimbaud racconta. Segue denuncia e Une saison en enfer.

La raccolta di poesie è di Rimbaud, ma il titolo si applica a Verlaine. La stagione all’inferno inizia il 13 luglio, quando per ordine del giudice t’Serstevens, i dottori Sernal e Vleminckx sottopongono il poeta a un umiliante esame corporale. Da un punto di vista sociale se non da quello legale, amare un uomo è ancora considerato più grave che sparargli. Referto: «P. Verlaine porta sulla sua persona delle tracce di abitudine di pederastia attiva e passiva».

Condannato a due anni di galera e 200 franchi d’ammenda, Verlaine resterà in prigione fino al 16 gennaio 1875, prima ai Petits Carmes di Bruxelles e poi nel carcere di Mons, cella numero 1. Lì scrive una serie di poesie sotto un titolo che dice tutto, Cellulairement, ma non pubblica mai il libro. Verlaine stesso ne distribuisce i brani in altre raccolte.

Il manoscritto riappare nel 2004, a un’asta di Sotheby’s. Lo Stato francese lo compra per 299.200 euro, lo classifica «tesoro nazionale» e lo assegna al Musée des lettres che lo espone per l’occasione.

Intorno, una piccola ma curatissima mostra sviluppa la tesi che in realtà Verlaine fosse in prigione da sempre, ben prima di finirci fisicamente. Intanto, per il suo fisico ingrato, la sua bruttezza senza appello, la sua «maschera da vampiro». Poi, per l’atmosfera della famiglia.

Il poeta nasce dopo tre aborti, troppo atteso e desiderato per non deludere. Incredibile ma vero, i tre feti dei fratelli mai nati sono conservati in boccali di vetro esposti in salotto, almeno finché Paul, completamente sbronzo, non li fracassa a colpi di bastone.

Ma Verlaine è prigioniero anche dell’alcol e soprattutto dell’assenzio, questa droga liquida che sta ai poeti maledetti dell’Ottocento come l’eroina ai rocker, non meno maledetti, del secolo seguente. Inizia a bere per sfuggire alla noia della sua prima vita da funzionario.

E’ l’«heure verte», l’ora verde degli interminabili aperitivi al Café du Gaz di rue de Rivoli e poi, scendendo sempre più giù nella categoria dei locali e nella rispettabilità sociale, al Café du rat mort, a Pigalle, che in realtà non si chiamava così ma fu ribattezzato quando un avventore chiese, dall’odore che esalava della sala al primo piano, se c’erano dei topi morti.

Per Verlaine è davvero l’inferno. Picchia la moglie Mathilde che ha sposato senza amarla e il figlio piccolo. Il 9 maggio 1872, ubriaco come al solito, cerca di dare fuoco ai capelli di Mathilde e poi di pugnalarla. Intanto nella sua vita è entrato Rimbaud. Si incontrano per la prima volta il 24 settembre 1871: Arthur ha 17 anni, Paul è un vecchio di 27.

Per Mathilde, Rimbaud è «un grande e solido ragazzo dalla figura rossastra, un contadino, gli occhi blu, abbastanza bello, ma con un’espressione sorniona». Sarà il grande amore di suo marito. Insieme, scrivono il Sonnet du trou du cul (evitiamo di tradurre): le due quartine sono di Verlaine, le due terzine di Rimbaud.

La relazione è tempestosa da subito. Rimbaud arriva a pugnalare Verlaine: cinque coltellate, tre in una coscia e due sulle mani. I due viaggiano, ma sono viaggi che sembrano una fuga: Bruxelles, Londra, di nuovo Bruxelles.

Verlaine si mangia l’eredità di una zia, 30 mila franchi oro. L’ultimo atto a Bruxelles. Quando gli arriva in carcere la sua copia di Une saison en enfer, Paul ci legge una dedica gelida, quasi burocratica: «à P. Verlaine, A. Rimbaud».

Arthur morirà nel 1891, dopo una vita avventurosa e dopo che gli era stata amputata una gamba devastata dal cancro. Verlaine cinque anni dopo, trascinandosi in un’esistenza quasi da barbone, con l’unico conforto dell’assenzio. Esposti, in mezzo agli autografi delle poesie e ai verbali dei commissariati, ci sono due ritratti che valgono la visita.

Uno è l’autoritratto che Verlaine si fece nel 1890, cubista prima del cubismo. L’altro il ritratto di Rimbaud di Cocteau, che in realtà è ispirato al Rimbaud malato dipinto da Jef Rosman dopo i famosi colpi di pistola. Ufficialmente, la mostra racconta un fatto di cronaca nera. In realtà, è una grande storia d’amore.