Michela Marzano, filosofa e docente dell’Università di Parigi, è stata anoressica. In Volevo essere una farfalla racconta la malattia e come è riuscita a superarla. “Il disagio si riesce a superare solo quando si trovano le parole per definirlo”. Tre milioni di italiani soffrono di disturbi alimentari di Giovanni MolaschiSentimenti, Donna

“La sofferenza, in quanto tale, è sempre assurda e senza senso. Il dolore, però, si può trasformare”. Michela Marzano, filosofa e docente dell’Università di Parigi, racconta questa metamorfosi in Volevo essere una farfalla.

“Nel libro scrivo che ci ho messo quarant’anni per essere davvero me stessa. Per certi aspetti è vero. Per molto tempo ho girato attorno all’anoressia che si è manifestata quando avevo 19 anni.

Soffrivo quando non ero riconosciuta per quel che ero, con tutte le mie fragilità, i miei problemi. Dovevo essere sempre all’altezza delle aspettative. Il dovere era diventata una gabbia”.

“Il dovere è diverso dall’etica che tiene conto dell’estrema fragilità della condizione umana. Per me l’etica è importante quando ridà ad ognuno la possibilità di esprimersi come soggetto. Accanto al dovere c’è tutto il resto. Il rispetto degli altri è l’unico dovere che è rimasto nella mia vita. Se pretendo di essere rispettata per quel che sono devo rispettare chi mi sta attorno”.

“Nel libro spiego perché lavoro sul corpo. Un pensiero che non fa parte di un evento, di tutto ciò che ci attraversa o sconvolge, è un pensiero che non ha valore. In Volevo essere una farfalla racconto l’evento che mi ha sconvolto.

Le mie parole sono servite alle persone che faticano a superare il proprio disagio. Durante una presentazione del libro una ragazza giovane, visibilmente commossa, mi ha ringraziato perché le avevo fornito gli strumenti per raccontare quel che fatica a dire. Ogni parola di Volevo essere una farfalla è misurata”.

“Tre milioni di italiani soffrono di anoressia o bulimia”. Questo dato, spiega Fabiola De Clercq a D.it, è empirico. “Nel nostro paese non si è mai provato a contare le persone con disturbi alimentari”.

De Clercq, nel 1991, ha fondato l’Aba, l’associazione per la cura della bulimia e dell’anoressia. In vent’anni Aba ha aiutato 60mila persone. “L’anoressia e la bulimia sono malattie dell’amore, il sintomo del cortocircuito causato dalle relazioni primarie”.

L’anoressia non è una malattia femminile. “Anche i ragazzi, spiega De Clercq, soffrono di disturbi alimentari. Gli uomini tendono a dimagrire facendo sport, correndo o andando in palestra.

Hanno un’attenzione perfetta su tutto ciò che concerne il grasso. La loro anoressia è più invisibile di quella delle donne. Cambia il modo di isolarsi ma la finalità è la stessa”.

“Per guarire dall’anoressia o dalla bulimia bisogna recuperare i legami buoni e riappacificarsi con i propri ricordi. Chi ha un disturbo alimentare vuole attivare l’angoscia delle persone che gli stanno attorno. Dimostrando che non hanno bisogno di niente, queste persone, fanno capire che necessitano di tutto.

La loro è una logica kamikaze. Solo la terapia permette a queste persone di disinnescare tutte le bombe che nel tempo hanno imparato ad usare”. “Il disagio, spiega Marzano, si riesce a superare solo quando si trovano le parole per definirlo”.

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