Vivere accanto alla malattia

Storia raccolta da”Viverla tutta” di Repubblica.it

 


Mio marito, 66anni, scopre di avere un K prostatico con metastasi ossee e linfonodali. La nostra vita non c’è più. Vivo i primi mesi come su una nuvola, come se stessi vedendo dall’alto scorrere sotto la vita di un’altra persona. Poi sono scesa di nuovo per terra e, indossata l’armatura, ho affrontato la battaglia. Sono quasi tre anni, una bella vittoria, e Lui è ancora qui; stiamo combattendo e il nostro esercito cresce di giorno in giorno: amore, affetto, solidarietà, gioia di vivere ogni istante con la consapevolezza che stiamo rubando forza al tumore. Non vinceremo la guerra, perché l’avversario è una brutta bestia, ma abbiamo vinto tante battaglie e ne vinceremo ancora.

“Non combatto da sola; lui è il generale: il suo coraggio, la sua intelligenza, la sua cultura, il suo grande amore per la vita, per me, per i figli, le nuore e i nipotini sono le armi; i figli, gli amici, i parenti sono l’esercito. Purtroppo non posso dire lo stesso dell’assistenza sanitaria convenzionale. Per la medicina generale entri nel protocollo e di protocollo si muore, per cui se non sei morto entro il periodo stabilito dal protocollo diventi un fastidio per la comunità e allora se sei ben attrezzato per andare avanti con le tue forze, bene, altrimenti entri nel girone dell’inferno e cominci a desiderare di morire.

“Medici preparatissimi sul protocollo, aggiornatissimi sulle nuove sperimentazioni, professionalmente ineccepibili, ma convinti più di te che tanto il percorso è segnato. Farmaci costosissimi che sono, per protocollo e per convinzione degli addetti ai lavori, solo dei palliativi. Ma noi abbiamo avuto la fortuna di incontrare il medico di campagna, quello di una volta, che si siede e ti ascolta, che ti aiuta con la medicina naturale, che ti telefona per sapere come stai tu e come sta la tua famiglia, che tiene tutti per mano e ci accompagna lungo il cammino senza farti perdere mai la speranza. Perché tutto questo non avviene in ospedale? Perché lì ti senti malato senza speranza? Perché nei protocolli non viene inserito il concetto che prima di tutto c’è la persona? Nonostante i protocolli, mio marito è ancora qui e siamo sereni. Quando la malattia ci concede una tregua riusciamo ancora a sorridere ed a gioire delle piccole cose, che poi tanto piccole non sono perché abbiamo alle spalle un grande e gioioso amore”.

Hai bisogno di aiuto? AVVIA