Spesso entrando nelle varie stanze dei luoghi di cura, ho guardato fuori dalla finestra prima ancora di posare il mio sguardo su chi di quelle stanze era ospite, in seguito ad un intervento chirurgico o durante la somministrazione di un trattamento chemioterapico. E fuori dalla finestra spesso ho visto stagliarsi contro il cielo il monte, che domina la catena montuosa che cinge i nostri luoghi di cura…il Monviso.
Che si vedesse o che fosse leggermente coperto dal suo cappello di nuvole o avvolto nella nebbia, il Monviso è diventato elemento per me per rompere il ghiaccio e iniziare a dialogare con le persone, che come me o insieme a me, lo rimiravano.
Ho scoperto che molti pazienti lo avevano scalato e che tanti avrebbero voluto ma non si sono mai sentiti all’altezza della sfida.
E così il Monviso, il monte più impervio visibile da quelle finestre, mi ha ricordato come la vita possa essere un susseguirsi di montagne più o meno scoscese, più o meno ripide, più o meno facili.
Mi ha ricordato che ci sono scalate che sembrano impossibili ma che possono diventare fattibili, un appiglio per volta, magari con il sostegno di qualcuno o con buone corde e moschettoni su cui contare.
Mi ha ricordato che la vita può metterci di fronte ad una montagna estremamente complicata da scalare, sia essa un’esperienza di malattia oncologica, una diagnosi di tumore e tutto quello che implica.
Qualunque sia la tua montagna da scalare, in Himalaya, dove si possono rimirare le vette più alte della Terra, direbbero Kalipè: un augurio di cammino con passo corto e lento..corto e lento…con sguardo che contempla quello che ti circonda, le persone che ti sono accanto o semplicemente l’estrema bellezza racchiusa nella semplicità delle piccole cose, mai scontate.
Beatrice Bianciotto