Articolo: Come salvare la Cultura

Fare di musei e teatri anche spazi aperti e agibili a iniziative di enti e associazioni culturali fuori dal giro istituzionale. Massimo Cacciari, L’Espresso.it


Tra un’impotente volontà di tutto conservare e l’ incuria e ignoranza, che si traducono in continuo e sistematico taglio dei finanziamenti, sembra che la Cultura in questo Paese versi in non brillanti condizioni. Naturalmente gli omaggi alla suddetta Signora continuano a sprecarsi.

Ma si tiene in scarsa considerazione il fatto che essa non vive che rinnovandosi, inventando nuove forme e linguaggi, e che nel mondo contemporaneo (ma chi ha detto che nei buoni tempi antichi fosse diverso?) lo può fare soltanto disponendo di risorse, pubbliche o private che siano, di committenze e mercati forti.

Encomiabile avere quattrini per l’ennesima messa in scena della grande opera dell’Ottocento, straordinario allestire l’ennesima esposizione traslocando opere da un museo all’altro. Il saper ricordare è certamente elemento essenziale di una Cultura – ma solo quando sia davvero immaginativo.

Quando si rivolga al passato in base agli interessi, alle urgenze, alle domande presenti. Altrimenti è, se va bene, sedentaria erudizione. Ci vuole anche questa – ma per essa bastano, o dovrebbero bastare, università e accademie.

Doveroso, oltreché necessario,anche per il nostro sacro Pil, evitare il crollo di Pompei o del Palazzo Ducale – che non si trovino risorse per tali nobili fini è segno non soltanto di indecente ignoranza, ma di assoluta miopia economica da parte delle nostre classi dirigenti.

E tuttavia dubito che mantenere buoni ospizi e attrezzate cliniche per i nostri monumenti, musei e siti archeologici, significhi fare politica culturale.

Diceva un tale che conosceva bene i classici e se ne nutriva come del pane, che la venerazione per la storia passata è destinata a rendere estremamente difficile fare la propria. I classici non vogliono essere contemplati, ma usati come potenti contraddizioni nei confronti dei luoghi comuni, delle banalità, delle volgarità del linguaggio presente.

Insomma, la memoria va bene soltanto quando ci serve a fare la nostra storia. E questo è il vero insegnamento dell’Umanesimo. Leggersi le Deche su Livio del Machiavelli. O i luoghi della conservazione divengono questo o non sono luoghi di produzione culturale. O i teatri mettono in dialogo e in contrasto passato e presente, o non fanno né teatro né musica.

Tra un’impotente volontà di tutto conservare e l’ incuria e ignoranza, che si traducono in continuo e sistematico taglio dei finanziamenti, sembra che la Cultura in questo Paese versi in non brillanti condizioni. Naturalmente gli omaggi alla suddetta Signora continuano a sprecarsi.

Ma si tiene in scarsa considerazione il fatto che essa non vive che rinnovandosi, inventando nuove forme e linguaggi, e che nel mondo contemporaneo (ma chi ha detto che nei buoni tempi antichi fosse diverso?) lo può fare soltanto disponendo di risorse, pubbliche o private che siano, di committenze e mercati forti.

Encomiabile avere quattrini per l’ennesima messa in scena della grande opera dell’Ottocento, straordinario allestire l’ennesima esposizione traslocando opere da un museo all’altro. Il saper ricordare è certamente elemento essenziale di una Cultura – ma solo quando sia davvero immaginativo.

Quando si rivolga al passato in base agli interessi, alle urgenze, alle domande presenti. Altrimenti è, se va bene, sedentaria erudizione. Ci vuole anche questa – ma per essa bastano, o dovrebbero bastare, università e accademie.
Doveroso, oltreché necessario,anche per il nostro sacro Pil, evitare il crollo di Pompei o del Palazzo Ducale – che non si trovino risorse per tali nobili fini è segno non soltanto di indecente ignoranza, ma di assoluta miopia economica da parte delle nostre classi dirigenti. E tuttavia dubito che mantenere buoni ospizi e attrezzate cliniche per i nostri monumenti, musei e siti archeologici, significhi fare politica culturale.

Diceva un tale che conosceva bene i classici e se ne nutriva come del pane, che la venerazione per la storia passata è destinata a rendere estremamente difficile fare la propria. I classici non vogliono essere contemplati, ma usati come potenti contraddizioni nei confronti dei luoghi comuni, delle banalità, delle volgarità del linguaggio presente.

Insomma, la memoria va bene soltanto quando ci serve a fare la nostra storia. E questo è il vero insegnamento dell’Umanesimo. Leggersi le Deche su Livio del Machiavelli. O i luoghi della conservazione divengono questo o non sono luoghi di produzione culturale. O i teatri mettono in dialogo e in contrasto passato e presente, o non fanno né teatro né musica.

Ma ciò non significa certo aprire un book shop o un caffè nel museo, o ospitarvi una festa da ballo. Né commissionare un nuovo allestimento per la miliardesima edizione della meravigliosa Traviata. Ciò significa far diventare la parte didattica, editoriale e di ricerca il core business del museo, e commissionare nuove opere liriche e teatrali.

Ma soprattutto significa fare di musei e teatri anche spazi aperti e agibili a iniziative di enti e associazioni culturali fuori dal giro istituzionale. Un po’ di off Broadway, insomma.

Mettere in comunicazione l’ufficiale, costretto a certi standard, assillato com’è dalla paura di veder scendere spettatori, abbonati, ecc., con lo sperimentale, anche più arrischiato. Se Cultura è innovazione, innovazione non può darsi senza prova e senza errori, ma soprattutto senza sfidare i gusti consolidati di un pubblico sempre più vecchio e pigro.

E una politica di questo genere potrebbe essere avviata anche senza spesa – o soltanto premiando in qualche forma le istituzioni che la perseguissero.

Spesso le idee non mancano, i gruppi di giovani, nel teatro, nell’arte, nella musica, ci sono. Chiedono solo attrezzature e luoghi, magari copertura delle utenze essenziali. Diciamo, costi in un anno pari al cachet di una star per una serata.

So bene quanto difficile sia questa strada. Una dozzina e passa d’anni come sindaco me lo hanno dolorosamente insegnato. Diseducazione del pubblico, inerzia burocratica delle istituzioni, corporativismo dilagante indurrebbero alla disperazione.

Ma, allora, per favore, smettiamola di piangere su Madame la Cultura, e limitiamoci, sulla base del più volgare calcolemus, a salvare almeno qualche rovina.

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