Articolo: FESTA DI COMPLEANNO

LETTERE

 

 

 

Quella mattina scese dal letto con fatica, una fatica immotivata che l’aggrediva alle articolazioni e rendeva penoso ogni movimento. Perché mai uscire dal letto? Per fare che, cosa mai ci sarà da fare in queste stanze silenziose, vuote? Che cosa potrà essere mutato da ieri sera? E, peraltro, che cosa farei nel letto … di dormire non se ne parla e poi se un desiderio mi rimane, è solo questo: un caffè, un caffè per accontentare la tradizione, l’abitudine: perché i tentativi di uscire dalle abitudini sono sempre più snervanti che il semplice soggiacervi.

Affacciata alla finestra prese un caffè di malavoglia reggendo la tazzina tra le dita gonfie e avvolgendo i brividi nella camicia da notte. La via era vuota, lucida della pioggia autunnale. Le file dei bambini della scuola elementare sono ormai passate, tra ombrelli colorati e grida gaie. Ora quei piccoli sono al sicuro nelle aule, alle prese con l’analisi grammaticale e le radici quadrate. Con questo tempo i vecchietti  non usciranno, disse tra sé, la pioggia li trattiene in casa a sbadigliare.

Passò nel bagno e nello specchio lungo studiò la sua immagine riflessa: ecco Ida, una donna rapidamente avviata ai settant’anni, i lunghi capelli bianchicci che è inutile spazzolare nella speranza di restituire loro una forma possibile, la faccia incisa dalle rughe come una carta stradale, le spalle magre e un po’ curve. Oggi è il mio compleanno, borbottò all’immagine nello specchio. Piove e le gambe mi fanno male. Non potrò uscire e non vedrò nesuno per tutto il giorno. Bevve un altro caffè. Zoppicando raggiunse il letto, lo arieggiò e rifece, drizzò un quadretto che pencolava alla parete di fianco all’armadio. Ripassò accanto alla televisione spenta. Sei muta. Inutile. Oggi più di ieri. Fatalmente muta. Riuscirai a parlarmi ancora?

Dimmi qualche parola. Oggi compio gli anni. Tanti, e tu, almeno tu, dimmi qualcosa per augurare, per consolare. Pigiò sul telecomando e sullo schermo apparve la pubblicità trionfalistica di un’acqua imbottigliata. Questo è peggio del silenzio. Spense il televisore e sedette al tavolo, in cucina.

Sessantasette, sono ormai sessantasette, e questa maledetta artrite che mi  graffia e morde e impedisce di fare qualunque cosa. Con un buffetto allontanò una briciola dal tavolo. Sessantasette, pioggia e silenzio. Rabbrividì e s’avvolse in una sciarpa di lana. Non una voce per i miei sessantasette anni. Dove sono, tutti? Sono muti? O morti? Telefono, radio, televisione, amici, colleghi, vicini di casa. Scomparsi. Morti. Resto io sola, ultimo germoglio artritico ma vivente in questa valle di trapassati.

Un robusto scampanellìo la riscosse dall’intorpidimento che le aveva piegato il capo: la custode annunciava un telegramma. Un errore? No, nessun errore, è proprio per lei, signora. Scese, firmò e risalì con la busta gialla premuta sul petto. Il sacrificio che mi costano questi gradini. Speriamo ne valga la pena.

“Ti mandiamo un milione di abbracci e auguri. Torna a trovarci, quanto più presto puoi. Ti aspettiamo. Ancora auguri. Laura, Martina, Ignazia, Ninì, Giuse, Ernesta.”

Ma guarda Si ricordano di me! Quelle matte di infermiere. Le infermiere del maggior ospedale cittadino, divisione oncologia, dove per anni  Ida aveva  svolto assistenza psicologica come volontaria. Quelle matte di ragazze. Matte come capre. Deliziose compagne, allegre, propositive. Ricordarsi di me, del compleanno! Essì, gli anni che ho passato tra quelle corsìe, come una collega.

Ma ecco imperioso il suono del telefono: “Sono Luigi, il figlio di Ornella, l’ammalata che lei ha seguito per un anno … le telefono per salutarla e augurare …”

Altro, se la ricordava, Ornella col cancro all’intestino. L’amicizia sbocciata nei lunghi pomeriggi trascorsi assieme, la tenerezza con cui si sentiva accolta al suo arrivo in quella casa di ringhiera … una bell’amicizia, un regalo della sorte.

Allora … beh, allora se ne ricordano. In questa valle dall’apparenza desertica qualcuno c’è ancora tra i vivi, si disse e subito l’artrite si ritirò di un passo. Dovessero telefonare ancora… non mi allontanerò dal telefono. Ma un pensiero le balzò nella mente: s’attaccò al citofono e la custode rispose di sì, che c’era un bel po’ di posta per lei. Glie l’avrebbe portata su.  Arrivò poco dopo con un discreto involto di buste e biglietti e Ida si dispose subito a esaminarli.

“Carissima Ida, sono ancora al mare con i miei bambini. La convalescenza è finita, ma mi voglio godere le pigre ultime giornate calde, prima di tornare. Ti sono spiritualmente vicina per il tuo compleanno. Abbi giornate serene e umore smagliante. Ci rivedremo presto. Antonia.”

La cara Antonia, due volte operata al seno. Ida ricordava distintamente il dramma in una famiglia felice, protesa al futuro quando, improvvisamente la mamma si era scoperta la malattia addosso. Il lavoro che insieme avevano fatto esorcizzando la paura e preparandosi ai due interventi che avevano avuto esito favorevole. Ed ora Antonia era di nuovo pronta ad affrontare la vita.

Da un’altra busta voluminosa estrasse alcune fotografie di alcuni ricoverati all’Hospice cittadino, dove Ida aveva trascorso saltuarie settimane in sostituzione di altre volontarie. Li riconobbe subito, gli amici conosciuti in quella struttura, uno immobile nel lettino, l’altra sulla sedia a ruote, la terza seduta insieme ad alcuni sconosciuti attorno a un  tavolo della mensa: sorridenti, beneauguranti. Scafata com’era, Ida si asciugò gli occhi rammentando come a qualcuno di quegli amici sofferenti riuscisse duro, faticoso se non doloroso, il semplice il formulare una frase d’augurio.

Dopo quelle foto, ecco un cartoncino su cui una mano infantile aveva disegnato un fiore, una diligentissima margherita: “La mia mamma è in clinica e sarà operata domani. Le manda questo fiore e ringraziamenti per la sua amicizia. Claudio.”  A tal punto Ida dovette interrompere la lettura: si guardò attorno e poi gli occhi le si posarono sugli arti turgidi e dolenti. Ma questa volta non imprecò, né emise gemiti di mestizia. Guardò i piedi gonfi nelle ciabatte e disse: avete fatto della strada. Si guardò le mani con le dita nocchierute e disse: avete stretto tante mani, accarezzato guance.

Fuori pioveva ancora, ma adesso le gocce infinite brillavano come elementi vitali cui preme di  portare respiro e crescita e fiori e frutti. E preludio al sole di domani. Poi il campanello risuonò: ed era una vicina di casa, donna sempre serena, brava madre di famiglia col marito lontano, che di tanto in tanto passava a scambiare due parole: “Sono salita per invitarla a pranzo con noi. Verrebbe? Ho preparato un piatto, la specialità del mio paese, una pietanza che le piacerà di sicuro… oggi che è suo compleanno!”

Come farà a saperlo. Glie l’avrà detto la portinaia. Oh, cara, cara, come mi piace essere invitata! La ringrazio di vero cuore e garantisco che verrò, verrò certamente un’altra volta. Oggi no, non posso proprio … vede, oggi ho qui degli invitati, cari vecchi amici di tutta la mia vita di volontaria … eccoli seduti attorno al tavolo che aspettano … sono tutti qui per festeggiare il mio compleanno!

Sigmund Freud

neurologo e psicoanalista austriaco, fondatore della psi… 1856 – 1939

„Si dice che i genitori rimangono giovani nei figli, ed è questo uno dei più preziosi vantaggi psicologici ch’essi ricavano da loro.“

ROMANO FEA (Volontario Anapaca)

 

 

 

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