Tra i tanti libri sulla felicità, solo uno spiega come funziona quel meccanismo dolce o violento, immorale. segreto, ricercatissimo: il piacere (secondo Paul Bloom). Michele Neri su Donna, settembre 2010
Conoscete il piacere? Godete? (Probabile. Ma sapete perché vi piace quello che vi piace? Probabilmente no). Avrete forse letto uno tra i tanti libri su come essere felici. Ma ce n’è solo uno che cerca di spiegare come funziona quel meccanismo dolce o violento, ripetitivo o estemporaneo, indefinibile, immorale, segreto, ricercatissimo che chiamiamo piacere. Ci dice la strada che prendiamo dopo aver mediato tra mente, evoluzione, il nostro bisogno e l’altro, per trovar godimento nei luoghi anche più assurdi del vivere.
Il piacere è eccitazione, commozione, immaginazione; ricerca della sicurezza e follia. Difficile trovare un comun denominatore, quando ne consideriamo l’inarrestabile creatività e differenza. Se per uno è collezionare fogli bianchi che sarebbero poi stati riempiti di parole da scrittori (il caso del romanziere Jonathan Safran Foer), per un altro è ammazzare e poi tagliare a pezzi e cucinare e consumare, cena dopo cena a lume di candela, un uomo che aveva risposto a un annuncio inequivocabile su internet.
Per altri duecento che si erano fatti avanti per essere cucinati (è successo in Germania), il godimento consisteva nell’essere “cannibali passivi”. Per i più moderati, pulire piscine vuote con una lunga rete o tagliare impeccabilmente i prati in una fresca serata. Nel caso di una donna è stato pagare 25mila euro per l’orecchino di Maradona. Scegliere piaceri irreali (le vite su Second Life); vedere la serie di Saw, mettere tutto nei contenitori o togliere tutto dai contenitori, amoreggiare o accontentarsi di vedere che la birra appena stappata potrà essere bevuta per un anno e mezzo prima di scadere.
Guardare uomini o donne nude; limitarsi ai piedi, ma arrivare al punto di quel personaggio descritto dallo scrittore Daniel Bergner nel Lato oscuro del desiderio, così tormentato dall’oggetto del suo feticismo da non poter ascoltare le previsioni del tempo d’inverno perché il solo ascoltare l’annuncio di “a foot of snow” (secondo la misura inglese, un piede di neve) lo gettava nella più purpurea eccitazione.
Il piacere è centrale ma se ne sta isolato. Provate a fare la lista dei vostri cinque primi piaceri. Difficile, e non per pudore. Se siamo soli con loro (mentre i nostri problemi/dolori sono sempre piuttosto accompagnati da esperti di vario tipo), ora c’è almeno un saggio pionieristico a farci compagnia, scritto da Paul Bloom, psicologo americano di Yale (La scienza del piacere. Amore, arte, cibo. Perché godiamo? in uscita tra qualche settimana dal Saggiatore).
È un libro straripante di storie strepitose. Servono a giustificare l’intuizione che guida Bloom. Il piacere vive nel profondo. Quello che conta non è come il mondo appare ai nostri sensi: il piacere che riceviamo da qualcosa deriva da ciò che noi sappiamo, pensiamo di quella cosa, corpo, evento, oggetto, artefatto, alimento. (Non è il gusto in perfetto equilibrio solido-liquido della mela, ma il sapere che quel frutto fa bene, è stato coltivato senza chimica, pulisce i denti dopo pranzo, ecc).
Siamo portati a pensare che tutte le cose del mondo, animali e persone incluse, possiedano un’essenza invisibile che fa di esse quello che sono. È la teoria essenzialista. Significa, come mi spiega l’autore, “che ogni piacere, sia quelli che condividiamo con gli altri animali, come il sesso e il cibo, sia quelli univocamente umani, sono tutti basati sulla natura più profonda delle cose. Per una storia, conta se è verità o finzione; per la carne ci interessa conoscere da che animale proviene”.
Il piacere secondo Bloom è simultaneamente evolutivo e congenito. Nasce dalla nostra fiducia nella qualità immanente e trascendente delle cose. Conseguenza è anche che l’essere umano comincia con una lista determinata di piaceri e non può fare aggiunte. Anche droghe, Sudoku o Chatroulette sono solo variazioni sul tema. “La cultura può modificare il piacere, ma le fondamenta sono universali. Non è frutto dell’apprendimento: basta osservare i bambini più piccoli”.
Gli esempi portati a illuminare l’ipotesi essenzialista possono essere agghiaccianti, come quello dell’informatico quarantaduenne tedesco che nel 2003 mise la sua inserzione cannibalesca. Meiwes, si chiama così il “cuoco”, dichiarò che nutrendosi del corpo di Brandes (la vittima) – e mica poco, circa 20 chilogrammi saltati con olio e aglio – non stava consumando le sue proteine, ma la sua essenza.
Dopo averlo mangiato sosteneva di sapere meglio l’inglese, visto che Brandes lo conosceva molto bene. Innumerevoli test hanno dimostrato che anche i più agguerriti esperti di vino, di fronte alla stessa bevanda in due bottiglie diverse, una con indicazione “gran cru”, l’altra con “vino da tavola” si sono perduti e hanno votato all’unanimità o quasi per quello con l’etichetta doc.
Quando Bloom si affaccia al mondo dell’attrazione e della sessualità, la sua ipotesi sulla profondità della sorgente del piacere può sembrare meno ovvia. Parte dall’idea che per l’essere umano sesso e amore si siano spostati dal mondo reale a quello immaginario. “Il desiderio sessuale non è scatenato soltanto dal vedere certe simmetrie nel volto o dal rapporto vita-fianchi. È suscitato da quello che pensi davvero della persona”.
Richiama la tradizione letteraria dei bedtricks (trucchi da letto): quando con un artificio si fa credere alla vittima che stia andando a letto con una persona e invece è un’altra, o di un altro sesso, o un parente, o peggio.
“Il piacere sessuale”, scrive Bloom, “è radicato nelle nostre credenze su chi sia una persona e cosa sia realmente”. I bedtricks posso essere fortuiti come nella storia di Isaac B. Singer quando scrive del matto che si allontana dal suo villaggio, si perde, poi torna, confuso e crede di essere capitato in un altro villaggio dove tutti sono identici agli abitanti del suo paese. Ritrova la moglie, di cui era stufo da tempo e invece si eccita potentemente. Perché non è “lei”.
Lo stesso vale per piaceri evoluti come arte e musica. È quello che sappiamo o non sappiamo a condizionarci. È il contesto a guidare il nostro giudizio. Una storia esemplare. La mattina del 12 gennaio 2007 un ragazzo in jeans e cappellino da baseball entrò in una stazione della metro di Washington e per 43 minuti suonò il violino, la custodia aperta per raccogliere qualche dollaro.
Guadagnò poco e con un’unica eccezione, nessuna delle più di mille persone che passarono, si accorse che era Joshua Bell, uno dei più grandi virtuosi del violino che stava suonando uno Stradivari del 1713.
L’evoluzione ci ha portato a essere dei fantasticatori di piacere più che dei consumatori. Le ore che passiamo, con l’aiuto di tv, videogiochi, libri, film, telefonini a immaginare, occupano quasi tutto il nostro tempo libero. Non sempre distinguiamo le esperienze immaginarie da quelle reali.
Niente di nuovo, certi romanzi ci hanno commosso più di fatti veri (Anna Karenina? Per voi?). L’idea di Bloom è che la nostra fantasia ci faccia percepire, da un posto al sicuro, una sorta di “Realiy Lite”. C’è qualcosa oltre il visibile con cui vogliamo prendere contatto. La strada per arrivarci, spesso è il piacere, per quanto assurda, tortuosa, ridicola sia.