Articolo: L’arte scopre la sua anima rock

Le copertine dei Beatles, i graffiti di Haring, il «santino» di Michael Jackson. Al Pecci di Prato una mostra sulle relazioni pericolose tra due forme di creatività. Vincenzo Trione, Corriere della Sera.it, maggio 2011


«Mi fa orrore sentire il battito del mio cuore, mi ricorda incessantemente che il tempo della mia vita è contato» ha scritto Milan Kundera ne L’arte del romanzo. Ad animarlo, un sogno: far tacere «questa regolarità monotona e prevedibile».

È quel che prova a fare il rock, con il suo «rintronante primitivismo ritmico»: i battiti cardiaci vengono amplificati, affinché «l’uomo non dimentichi il suo avanzare verso la morte». Kundera sembra alludere a un tema centrale dell’arte contemporanea: il bisogno di musicalizzarsi.

Si tratta di una necessità sottolineata, sin dall’inizio del Novecento, da Apollinaire, che, in un piccolo libro, invita i pittori a evadere dalla prigione del realismo, per proiettarsi verso le vette di uno stile libero da vincoli naturalistici.

In questa direzione vanno Picasso e Braque, i quali inseriscono nei loro collage violini, chitarre e spartiti; Kandinskij e Klee, che concepiscono le loro tele come combinazioni di note e accordi; e Mondrian, le cui opere mimano le dissonanze del jazz. È il preludio a quanto accadrà nel secondo dopoguerra: esattamente, alla fine degli anni Sessanta.

Da quella stagione muove “Live! L’arte incontra il rock”, la mostra, curata da Luca Beatrice e Marco Bazzini,al Museo Pecci di Prato fino al 7 agosto 2011, che ricostruisce, per passaggi essenziali, la storia parallela di arte contemporanea e rock.

È una storia scandita da connessioni segrete, da convergenze poco evidenti. Attraverso dipinti, sculture, installazioni, videoclip, lp, fotografie, riviste e film, si stabiliscono corrispondenze tra due «codici» lontani. Da un lato, la musica pop: diretta, immediata. Dall’altro lato, l’arte d’avanguardia: elitaria, sofisticata, criptica.

Si disegnano i contorni di una relazione pericolosa. I due linguaggi condividono tante urgenze: il bisogno di infrangere ordini, perbenismi; il desiderio di sgretolare la cornice tradizionale dell’opera. Artisti e rockstar non vogliono dare un abito immutabile alle forme. Elaborano iconografie visionarie e impure, che non temono sgrammaticature.

Rompono convenzioni, simmetrie. Aggrediscono edifici consolidati, compiendo disseminazioni di segni. Non si limitano a produrre quadri o lp: concepiscono le mostre come work-in-progress e i concerti come eventi multimediali. Si divertono a trasgredire, a osare.

Consegnandosi a una sorta di nietzschiana filosofia dell’eccesso, si spingono verso universi fluidi, nei quali si celebra la perdita del centro. Si pensi al fantascientifico «Zoo Tour» degli U2 (del 1993) e soprattutto a quanto avviene nel 1980 all’Exibition Park di Los Angeles. I Pink Floyd mettono in scena The Wall. Un happening fatto di proiezioni, di immagini e di azioni che non dà pausa all’occhio e all’orecchio.

Marco Lodola «Beatles 1969 Abbey Road», installazione luminosa, 880 x 300 centimetri

The Wall è uno snodo centrale su cui non si sofferma la mostra del Pecci. Che si articola in vari capitoli. 1969: è l’anno di Woodstock e dell’ultima esibizione live dei Beatles, i quali intrattengono uno stretto dialogo con i protagonisti della Pop Art inglese (Blake e Hamilton illustrano le copertine di Sgt. Pepper’s e White Album).

Nello stesso anno Warhol produce i Velvet Underground e Schifano fonda una band con cui pubblica un lp intitolato Le stelle di Schifano, fondendo free jazz e rock psichedelico. Il medesimo gusto per gli sconfinamenti si può ritrovare in una rassegna come When Attitudes Become Form (curata da Harald Szeemann), in cui gli artisti sono chiamati a esporre non opere ma idee: come accade in molti concerti rock, dove i brani vengono non solo eseguiti ma reinterpretati in esibizioni uniche.

1972: concerto dei Pink Floyd all’anfiteatro di Pompei, uno show che appare in consonanza con gli interventi di occupazione della natura di un land artista come Robert Smithson.

Nello stesso periodo, David Bowie si diverte a indossare mille maschere, transitando dal rock al cinema alla pittura; e Nam June Paik effettua ardite sperimentazioni elettroniche (in uno dei suoi video vediamo anche Beuys nelle vesti di musicista).

Fine anni Settanta: è l’epoca dei Sex Pistols e delle loro sonorità sporche, ricche di assonanze con gli antiaccademismi di «bad painters» come William Wegman. Anni Ottanta: specchio della rinnovata voglia di leggerezza sono gli abbandoni graffitisti di Haring e di Basquiat, la transavanguardia, la moda coloratissima di Fiorucci, gli oggetti eccentrici di Mendini, ma anche il «tendone» di Renato Zero.

Anni Novanta. Siamo in una fase di ripiegamento verso il privato, testimoniata dalla musica di Vasco Rossi e dalla ricerca minimalista di Stefano Arienti. È una stagione in cui si afferma anche il mito dell’«unplugged» con i Nirvana e con la sofisticata Björk, che avvia un’intensa collaborazione con lo scultore Matthew Barney.

Segmenti di un romanzo di affinità elettive. In sequenza, tanti scambi di ruoli. Cantanti che cercano la consacrazione dal sistema dell’arte (come Bowie, i cui quadri sono ora in una retrospettiva al Museum of Art and Design di New York); e artisti (come Nam June Paik) che allestiscono istallazioni in cui si appropriano delle atmosfere dei concerti rock, intesi, ha ricordato Michel Maffesoli, come spazi parossistici dove si consacrano il meraviglioso e l’«intranquillità», templi dove si scatena un’energia che «compensa il grigiore dell’esistenza quotidiana».

Arte contemporanea e rock, dunque. Poetiche del dionisismo postmoderno, che si lambiscono. Forme di un’avanguardia estrema: incontro di nichilismo e di utopia. Esperienze in cui si cancellano tutte le permanenze e si progettano strutture in divenire.

Eppure, dietro questi sperimentalismi, si cela una misteriosa inquietudine, cui rinvia l’epilogo di Live!. Ecco Michael Jackson, dandy drammatico, angelo caduto, Peter Pan maledetto. Scorrono i fotogrammi del suo ultimo spettacolo (rimasto incompiuto), il cui titolo suona come un testamento This Is It («Questo è quanto»).

Proprio a quest’anima tragica si riferisce Kundera parlando del rock: «Il battito del cuore è amplificato perché l’uomo non dimentichi per un solo secondo il suo avanzare verso la morte».

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