Romano Fea, volontario Anapaca, è scrittore e giornalista attento e sensibile ai problemi umani.
La Volontaria scende le scale dell’ospedale. È turbata da un evento cui ha appena partecipato, il distacco di due anziani coniugi. Il marito sta per lasciare la moglie dopo molti decenni di convivenza amorevole e alcuni anni di malattia.
E la moglie non riesce a rimettere insieme quella che lei stessa si trova oggi, dopo anni di intese, di doni di sé, di afflati delicati e premurosi, con quella che presto dovrà diventare: un’ombra sola, muta nel silenzio di una casa grondante di ricordi, di armadi e abiti che ancora conservano il profumo di lui, in un letto di lunghe notti bianche.
Come svuotata di forze rimane accasciata su una sedia, il capo chino sulla spalla, lo sguardo diretto a un lettino.
La Volontaria sa che in futuro dovrà assistere quella donna sbigottita, racimolare e stimolare i rimasugli della sua antica forza vitale, trovarle un’attività che le consenta di sopravvivere … e, immersa in tali propositi entra nel salone d’attesa delle chemioterapie dove per norma esplica il proprio impegno e si dirige verso uno dei gruppi di pazienti alquanto rumorosi.
In quella sala non è normale udire scoppi di risa, chiacchiere gaie e pertanto si avvicina all’imprevista fonte di allegria. Si tratta di un gruppetto di donne, una delle quali piuttosto infervorata nel narrare storielle satiriche.
Le altre donne pendono da quelle labbra, golose di percepire appieno il finale del vivace racconto e riprovare il gusto di una libera risata per esorcizzare l’inquietudine.
Dopo, il gruppetto si disfa e, restata la narratrice senza uditori, la Volontaria ancora sorridente le si avvicina:
-Lei accompagna qualche paziente?-
-No, no. Così fosse! No: vengo proprio per me. Sono anch’io ammalata.
-Allora debbo farle i miei complimenti per come sa intrattenere gli altri ammalati!
La donna sorride e si schermisce: – Ma che complimenti? Non faccio nulla di eccezionale. Sa, mio marito e io siamo gente semplice. Per vivere ci basta poco, piccole cose, soddisfazioni momentanee … e se quel poco è condito da facezie, tanto meglio. Il merito di tutto ce l’ha mio marito. Adesso sarei con lui e non qui, se il mio intestino non mi avesse regalato un vivacissimo tumore.-
-E suo marito,- domanda la Volontaria, – non è qui ad accompagnarla alla terapia?-
-No. Lo vorrebbe con tutto il cuore, ma non può. Soffre di sclerosi laterale. Da qualche anno non può più camminare. Se ne sta seduto sulla sedia a ruote e mi aspetta a casa.-
La Volontaria squadra la donna che in poche, tranquille battute le ha disegnato una condizione famigliare assai drammatica.
-Figli? Ne avete?
-Purtroppo no. Ma per ora riesco a seguire e aiutare mio marito… spero che questa mia malattia mi tratti con gentilezza, mi consenta di continuare con le cure che ora gli presto.-
-Vorrei dare una mano anch’io,- dice la Volontaria. La pazienta le rivolge un sorriso di gratitudine e accenna col capo:- Per ora basto io … se le cose dovessero peggiorare … vedremo. E poi mio marito, tolto il problema del camminare, è assai valido, attivo.-
La Volontaria la fissa interrogativamente e la paziente percepisce la domanda; un lampo di orgoglio ravviva il suo sguardo: -Attivissimo! Non potendo andare fuori casa, ha saputo concentrare l’attività. Se ne sta a letto o sulla sedia a ruote e riceve gente o telefona. Soprattutto telefona.-
-Riceve i vecchi amici che passano a salutarlo?-domanda la Volontaria.
-Neppure per sogno! No, ha voluto inventarsi un impegno costruttivo realizzando una sorta di “telefono amico” tutto personale ed esclusivo. Questo suo impegno ha avuto un certo seguito ed è stato apprezzato, la voce ha dilagato e ora riceve più di trenta telefonate il giorno, sovente da persone note, ma in buona parte anche da sconosciuti.
Gente incapace di affrontare la solitudine o una malattia, oppressa da congiunture negative come la perdita del lavoro, o l’abbandono del coniuge, o un rovescio di fortuna. Se lei potesse sentirlo! Le sue sono ore e ore di frasi consolatorie o esortative, di incoraggiamenti, di citazioni di detti saggi, diretti a voci lontane guidate da un semplice passa-parola, che cercano il dono del coraggio, della sopportazione, della fiducia nella vita, nel futuro.
Voci di donne e uomini stremati. Voci di giovani che non sperano nel futuro e son pronti a gettare la vita con noncuranza, come un rifiuto … e mio marito, dalla sua sedia a ruote, accoglie tutti e a tutti manda parole fraterne con la suo voce calda, serena (la voce che trent’anni orsono m’ha fatto innamorare di lui), una voce maschia e insieme dolcemente persuasiva che pare contenga lieviti di fiducia, porgendo una reale condivisione di mali, pene e paure … mali di cui riceve instancabili descrizioni, mali di cui realmente è partecipe, che a volte lo tengono sveglio la notte, quando lo sento riprovare frasi di consolazione e incoraggiamento; frasi che sanno accostare il mistero dell’Infinito che ci accerchia, il mistero del dolore umano.
E così le confesso, signora, che sovente mi accosto anch’io al bene di quelle parole ed ecco: se il cancro mi causa apprensione e dolore, quel dire di mio marito, pur diretto ad altri, mi restituisce stimoli positivi, fiducia nel futuro.-
La volontaria le si siede accanto e le prende la mano: le due donne si fermano per qualche minuto in un meraviglioso e complice silenzio, ricco del tepore di una compartecipazione nuova e totale, vivissima. Poi la paziente viene chiamata per ricevere la chemioterapia.
Prima di allontanarsi strizza l’occhio alla Volontaria e le mormora, come una sorella: – Lei è una creatura privilegiata perché ha questo splendido impegno di volontariato! Quando saremo guariti, mio marito ed io verremo a darle una mano!-
A sera, incontrando il marito, la Volontaria gli dichiara:- Alla fine, il mondo e la gente troveranno la salvezza. Adesso ne sono certa!-