Articolo: Se Dio esiste il micio è il suo miracolo: un racconto di Vittorio Feltri

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gatto_1  Non è una novità che il gatto e la letteratura siano legati a doppio, se non a         triplo filo. Lo dimostra la quantità impressionante di scrittori dal documentato amore per i gatti: Howard Phillips, Lovecraft e Ernest Hemingway per primi, così come cospicua è la presenza dei felini nelle opere letterarie. Questa di Vittorio Feltri è una pura e semplice ode al gatto.

 

Sui gatti sono stati scritti migliaia di libri e di articoli, ma non sono bastati a descriverne la meraviglia. In effetti la perfezione non può essere raccontata. Quando guardo un cucciolo giocare con una pallina, un tappo di sughero o un pezzo di carta mi rendo conto di assistere a uno spettacolo divino. Sono agnostico, per non dire ateo, ma il corpo di un piccolo felino impegnato a saltare, correre, rotolarsi nell’erba, arrampicarsi su un albero o semplicemente a sbadigliare o a lavarsi è talmente bello e affascinante da suscitare in me il sospetto che Dio possa esistere, perché soltanto un dio è in grado di progettare un essere così incantevole.

Avete mai osservato gli occhi di un micio? Sono magici. Impossibile fissarli a lungo, ti mettono a disagio, ti scrutano e ti leggono dentro, scavano nell’anima. E hai la sensazione che colgano i tuoi segreti, ciò che non hai neppure il coraggio di confessare a te stesso.

In natura non ci sono due gatti uguali. Essi sono – pur simili – diversi l’uno dall’altro sia nella forma sia nel carattere. Selezionarli in razze è un’operazione stupida, non produce risultati estetici particolarmente suggestivi. Se prendete un gatto comune, normalmente definito soriano, e lo incrociate, chessò, con un certosino o un persiano, nasceranno cuccioli stupendi a prescindere dal fatto che assomiglino di più alla mamma o al padre.

I cromosomi dei felini, per quanto li “impasti”, non daranno mai origine a un brutto esemplare.
Tant’è che non usa dire di un micio frutto di un incrocio: questo è un bastardo (vocabolo per altro orrendo). Non usa per un semplice motivo: è comunque un bel micio. Ad amare gli animali si può imparare o non imparare, dipende dall’insegnante. Ma molti di noi nascono già innamorati. È il mio caso. Nella famiglia in cui sono cresciuto non c’era trasporto per i gatti, per cui di adottarne uno non se ne parlava neanche; ma se ne incontravo uno rimanevo a bocca aperta, rapito. Avevo una voglia incontenibile di accarezzarlo. Mi assaliva il desiderio di possederlo.

Un giorno, mentre percorrevo una strada sterrata, costeggiata da una roggia, udii dei miagolii disperati. Era un micetto di un paio di mesi impigliato nei rovi a pelo d’acqua. Era novembre inoltrato. Non resistetti alla tentazione di buttarmi in acqua gelida per salvarlo. Lo salvai e, col pretesto di asciugarlo e nutrirlo, lo introdussi in casa. Vinsi la guerra con mia madre. E lui, Ciccio, per diciassette anni, finché visse, dormì ogni notte sul mio letto. Da allora, almeno un gatto (spesso due o tre) vive in simbiosi con me.

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