Articolo: Sulla via del West si fa deserto il sogno americano

Carcasse d’auto e insegne sbiadite sulla Route 66 che visse le epopee della Frontiera e di Furore. Roberto Duiz, La Stampa.it


Storicamente, intraprendere quel lungo percorso che da Chicago comincia ad arzigogolare sghembo verso sud fino a svoltare di netto e puntare deciso al Pacifico tagliando in due il cuore dell’America, è un viaggio di sola andata.

Nessuna circolarità, né punto di ricaduta, e un’unica direttrice: da Est a Ovest. «To never come back again», cantava Woodie Guthrie in Hard Travelin’ , una delle sue tante ballate composte on the road al seguito delle decine, centinaia di migliaia di migranti che negli Anni 30 della Grande Depressione su quella serpeggiante linea sgombera da ostacoli montagnosi animarono un esodo biblico, incolonnati in carovane di veicoli stracarichi di povere cose e lentamente incedenti verso Ovest.

Su quella «Via del West» nel secolo precedente era transitata l’epopea. L’abbattimento della Frontiera e la colonizzazione l’avevano incisa con le ruote dei carri dei pionieri, gli zoccoli dei cavalli dei cowboy, degli indiani e degli squadroni di cavalleria.

Ma ai tempi di Guthrie e dei nuovi nomadi prodotti dal primo clamoroso black-out del sistema capitalistico era già stato versato asfalto.

La ferrovia che aveva assecondato l’avanzata della Conquista, scorrendo parallela al suo percorso, non bastava, cosicché quella teoria di piste impraticabili nelle stagioni piovose e senza ponti per scavallare i fiumi era stata unificata in un’unica strada lunga 3.755 km, inaugurata con enfasi nel 1926 come spettacolare passerella per celebrare il trionfo dell’automobile e battezzata Route 66.

Una manciata d’anni dopo la «festa» era già finita e cominciava un’altra epopea, quella degli Okies in fuga in direzione ostinata e contraria dal dust bowl , lo spesso polverone prodotto da un uso scellerato dell’agricoltura che aveva tutto diserbato come fosse napalm e che il vento sollevava spingendo a Est, oscurando il cielo.

Furono chiamati Okies perché in tanti venivano dall’Oklahoma, ma il disastro ecologico riguardò una zona che comprendeva l’intera regione. Così come per tutti fu la contemporanea introduzione dei mezzi meccanici a sigillarne la definitiva esclusione dai territori in altri tempi conquistati e dove non c’era più bisogno del loro lavoro.

Affluirono dunque sulla Route 66, dove si incrociarono con hobos, operai disoccupati, fuorilegge, reduci di guerra e sognatori provenienti da ogni dove.

E ad attenderli, per raccontarne l’odissea, oltre a Guthrie trovarono John Steinbeck, che in Furore li raccontò così: «Ed ecco che, d’un tratto, nel Kansas e nell’Oklahoma, nel Texas e nel Nuovo Messico, nel Nevada e nell’Arkansas, le trattrici e la polvere si alleano per spodestare i coloni e cacciarli nel West. Ed ecco formarsi ed apparire le carovane dei nomadi: ventimila, centomila, duecentomila. Varcando le montagne si riversano nelle ricche vallate: tutti affamati, inquieti come formiche in cerca di cibo, avidi di lavoro, di qualunque lavoro: sollevar pesi, spingere o tirare carichi, raccogliere, tagliare… qualunque cosa per sostenersi. Affamati e risoluti».

E fu Steinbeck a ribattezzare Mother Road quella strada che attraversa otto Stati americani prima di andare a morire sulla spiaggia di Santa Monica, bagnata dal Pacifico, perché ha visto rinfilarvisi come nel grembo di Mamma (appunto) America miriadi di diseredati intenti a resettare la propria vita per provare a rinascere con più fortuna nella Terra Promessa, che come da manuale mitologico sta sempre ad Ovest.

Il film che John Ford ne ricavò non sfigurò nei confronti del romanzo. Musica, letteratura e cinema che formano lo zoccolo duro della highway culture americana, da Steinbeck a Kerouac a Shepard. Da Guthrie a Dylan a Springsteen.

Fu però la canzone scritta dal jazzista Bobby Troup a diventare una sorta di «inno» della Route 66. La intitolò Get your Kicks On e Nat King Cole la trasformò in un grande successo, più tardi ripreso dai Rolling Stones e dai Depeche Mode.

Ma ormai erano già gli Anni 40 e su quella strada si muovevano i mezzi militari diretti alle industrie pesanti del Midwest e addetti al trasporto di soldati da una base all’altra del New Mexico, Arizona e California.

Un gran traffico, infoltito dalla nuova ondata migratoria di manodopera per la produzione di materiale bellico, che andò via via scemando, per lasciare spazio, nei due decenni successivi di boom economico, al via vai automobilistico-vacanziero da e per i luoghi topici del turismo americano, dal Grand Canyon alla Monument Valley, da Zabriskie Point alle spiagge californiane, assaporando la dolce transizione dal Midwest al West, via via che gli alberi e i centri abitati si fanno più radi, il terreno è sempre più desertico e l’aria più trasparente.

E le insegne al neon dei motel, creazioni di autentica pop-art, raffigurano indiani e cowboy, mucche e cavalli, bistecche e cactus, iconografie di un immaginario collettivo indelebile in cui si aggirano i fantasmi di Will Rogers, Jesse James, Bonnie&Clyde.

Quello di Tom Joad, il protagonista di Furore , verrà evocato da Bruce Springsteen, con la chitarra acustica in grembo e quella elettrica lasciata chiusa nella custodia, in una tournée del ‘95, intitolata appunto The Ghost of Tom Joad .

A quel punto sono lontani gli anni gloriosi della Route 66-spina dorsale del Paese e simbolo dell’American Dream. Nuove highway più efficienti l’hanno rimpiazzata, fino a farla desertificare e cancellare dalle mappe.

In stato d’abbandono l’ha trovata Wim Wenders, alla ricerca di scenari per il suo Paris Texas . «Il percorso è disseminato di distributori e coffeeshop in rovina… E dappertutto carcasse d’auto divorate dalla ruggine», ha scritto.

Ma dopo la cancellazione dal sistema stradale Usa (1985) è diventata un oggetto di culto, per ridare vita al quale associazioni private, istituzioni pubbliche e stampa si sono mobilitate.

Dunque, pezzo a pezzo è stata ricomposta e ridotata di segnaletica, ripopolata con funzioni di museo a cielo aperto dei miti e dei simboli americani, di nuovo percorribile per intero, al ritmo di Get your Kicks On.

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