Articolo: Testamento biologico e libertà di decisione

Nel conflitto tra persona e principio, chi dobbiamo salvare? Paola Binetti, deputato Udc, cattolica, dice la sua.  Risponde Umberto Galimberti, Donna


Caro Galimberti, ho letto con attenzione le due lettere che discutono il testamento biologico sul numero di D di Repubblica del 4 giugno scorso. Le persone si pongono interrogativi tutt’altro che semplici: “Fino a che punto posso disporre della mia vita, indipendentemente dalle condizioni in cui mi trovo?”. Si parla di vita, la vita di ognuno di noi ma soprattutto si parla di “libertà”. È il concetto di libertà il cuore del problema.

Il discorso sul testamento biologico NON è un discorso di fede, non è un tema che separa credenti e non credenti da persone diversamente credenti. È un tema che mette a confronto due diverse visioni della libertà: una più astratta e una più concreta, una che ritiene la libertà un valore privo di contorni marcati dall’esperienza del reale e l’altra più calata nella realtà; la libertà è un bene di valore straordinario, ma è necessario definirne i suoi confini affinché si possa esprimere davvero.

La domanda allora diventa: chi può mettere ostacoli alla mia libertà e condizionarne le scelte? Per quanto riguarda il testamento biologico certamente non il medico, ma meno ancora lo Stato con una legge, che sembra volersi opporre al sacrosanto diritto di autodeterminazione, che nella nostra cultura rappresenta la conditio sine qua non della dignità personale. Nonostante i confini della mia libertà non possano essere marcati né dall’uno né dall’altro, questi confini esistono ed è questa la riflessione irrinunciabile nel dibattito in questione.

Ci troviamo di fronte a una legge che, ricorda alle persone che nel loro testamento biologico possono chiedere tutto ciò che vogliono in termini di cura e di non-cura, ma non possono chiedere a qualcun altro di mettere il punto finale alla propria vita. Perché la loro libertà quando raggiunge questa soglia estrema non ammette deleghe di sorta, né cambiali in bianco firmate con largo anticipo. Tutto qua, la legge ripete come un mantra il suo no all’eutanasia, perché non concede a nessuno di far valere una volontà che, data l’irrevocabilità della decisione presa, la morte, porrebbe fine con un gesto solo alla vita e alla libertà di una persona. È in realtà una legge che mantiene alto il punto di vista sulla vita e sulla libertà.

Non accettare quel no alla vita, che è contestualmente anche un no alla libertà, è il principale merito di questa legge, che non è legge per credenti o non credenti, ma solo una legge per l’uomo e per la sua dignità rispettata in qualsiasi circostanza e condizioni si viva. Un’ultima osservazione: la libertà è un valore fondativo della nostra esistenza, ma sarebbe un ben povero valore se non fosse strettamente unito alla solidarietà. Di qui l’invito a mettere in primo piano non la libertà di dire basta alla propria vita, ma la libertà di dare alla vita dell’altro tutto l’aiuto che merita e di cui ha bisogno.

Con preghiera di pubblicazione,

Paola Binetti   p.binetti@unicampus.it

 

Ho dovuto tagliare la sua lettera, onorevole Binetti, spero non nei suoi punti essenziali, perché altrimenti non avrei avuto spazio per la risposta, dove voglio segnare certe condizioni in cui quella che lei chiama “vita” altro non è che il prolungamento di un quantitativo biologico da cui la coscienza si è da tempo congedata.

Non scorge nella difesa di questo “quantitativo biologico” un concetto davvero molto materialistico di “vita”, dove non c’è più alcuna traccia di libertà, né “astratta” né “concreta”, come vogliono le sue definizioni?

C’è poi il caso di chi, pur costretto nella più assoluta immobilità, conserva una coscienza vigile, ma, stante la sua irreversibile condizione, si trova a non disporre di alcuna libertà, a partire dalla più elementare che è la libertà motoria.

Se costui vuol porre fine a questa sua condizione che gli procura una sofferenza insostenibile, in nome di quale libertà “astratta” o “concreta” glielo si può vietare?

Le argomentazioni di principio, come ci insegna Aristotele nella sua Etica a Nicomaco, mal si attagliano alle condizioni concrete in cui viene a trovarsi un’esistenza.

E allora il problema non è eutanasia sì o eutanasia no, ma il rispetto e la salvaguardia della persona o il rispetto e la salvaguardia dei principi? Non sempre tutti e due si possono salvare, soprattutto quando tra loro configgono.

Anche Gesù, un giorno, si trovò in questo conflitto, e tra l’adultera e la Legge che ne prescriveva la lapidazione, salvò l’adultera.

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